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Il reportage

Biagio Conte dopo l'assalto:
"Mi hanno ferito, ma non mollo"


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Sul fantasma di un fiume, gatti e uomini condividono i sogni e gli stenti della sopravvivenza. Qui, alle porte della Cittadella della speranza, si è combattuta una guerra notturna, primitiva. Da una parte i “turchi” - così chiamano gli ospiti della Missione - vittime di un assedio medievale con spranghe, forconi, bastoni e pietre. Dall'altra, i palermitani dimenticati sulle rive dell'Oreto. Gli assaltatori. I “vichingi”, nessuno si sottrae all'inciuria. Nella mischia, suo malgrado – mentre era impegnato nel ruolo scomodo del mediatore – è rimasto coinvolto Biagio Conte, anima grande e solidale di Palermo, in un corpo sempre più malandato. Una sassata alla testa. Quattro punti di sutura. La ferita del fisico è poca cosa rispetto al significato: Palermo ha colpito Fratel Biagio. Gli ha alzato la mano contro.

La meccanica dell'azione è nota. I giornali seguono un riflesso pavloviano. Il rosso che ha macchiato il saio verde di Biagio è giustamente la notizia. Ma le violenze non sono una novità sulle rive dell'Oreto. La Missione è nel mirino dei disgraziati che arrancano qui, in condizioni poverissime. Siamo nella città miserabile e invisibile, colma di casupole sudamericane e di vecchie sulla soglia, sotto la canicola. Almeno, i disperati dello Zen godono di un riflesso mediatico intermittente che, d'accordo, non si mette a tavola. Nella zona tra fiume e ferrovia, la tragedia non è nemmeno percepita come “problema”. La fame è coperta dall'oblio e dall'anonimato. In tempi di crisi accentuata, il disagio diventa insopportabile e si tramuta all'istante in rabbia. I raid contro la cittadella sono frequenti, è un metodo giurassico per marcare il territorio dai “turchi” invasori, come se ci fosse una terra promessa da conquistare. La follia della magrezza e del dolore è appunto questa: contendersi il nulla, fino all'apparizione del sangue.

“Turchi” e “vichinghi”. L'abbecedario delle aggressioni, se lo sfogli, enumera frammenti di sgarbi antichi. “A un ragazzo congolese gli hanno frantumato i denti con un colpo di casco”. E l'altra sera? Non c'è univocità di narrazione. Forse un immigrato di coloro che vengono accolti ha fatto pipì lì dove non era permesso ed è scattata la ritorsione belluina dello sconfinamento, come per i cani. Forse c'è stato un mezzo incidente stradale, uno dei figli adottivi di Biagio in bici avrebbe avuto una discussione con autoctoni in motorino, piombati in mezzo alla carreggiata nonostante l'obbligo di dare la precedenza. Sta di fatto che una ventina di energumeni si è precipitata contro il portone della Cittadella – secondo il resoconto degli assediati – con strumenti simili alle armi bianche dei pirati. Il Fraticello laico è sceso dai suoi appartamenti modestissimi per predicare la pace. E si è beccato una pietrata.

“Ci siamo sentiti persi”, spiega don Pino, il braccio destro. E sì che a don Pino Vitrano non sono mai mancate le occasioni per smarrirsi. Come quando, in seguito a una disputa calcistica, lui e don Meli si trovarono ad affrontare dieci pistoleri a Ballarò, sul sagrato di Santa Chiara. Nel “sentirsi perso” di un sacerdote tenace c'è il senso tremendo della moneta corrente. Sarà davvero la crisi, sarà l'avvelenamento dei pozzi di ogni reciproca comprensione, nell'aria si avverte un fetore di cattiveria. Biagio Conte lo sa. Ne chiacchiera mentre si ripara dalla calura nell'infermeria. La garza sulla testa è sporca di liquido. Poi c'è dell'altro. Biagio incede in sedia a rotelle per una corrosiva ernia. I piedi sono gonfi. E' il prezzo delle azioni di un uomo che non si è mai risparmiato. “Sono preoccupato – dice – l'estate si sta consumando con la sua finta bonaccia. A settembre le situazioni sociali saranno drammatiche. Ci aspettiamo tanto lavoro. Al pronto soccorso ho visto scene incredibili. Uno picchiato per rapina, col viso gonfio. La fame crea insicurezza”.

Lo spazio della Missione di via Decollati è occupato fino all'ultimo centimetro. Sul muretto, le robe dei mendicanti venuti da un altro mondo stese ad asciugare al sole. Un gatto bianco e chiazzato si contende fili di pasta decomposta con i piccioni. “Lo scenario è allarmante – continua Biagio – però tutto quello che accade mi dà ancora più forza per andare avanti. Anche la ferita – e si tocca la garza – è un incitamento a non mollare. Mi hanno chiesto di andare in Africa. Il mio posto è a Palermo”. Dove qualcuno, in giorni lontani, sondò perfino la sua disponibilità per una candidatura a Palazzo delle Aquile. “Sì – è la conferma – mi hanno proposto di affrontare la corsa a sindaco. Non è il mio ruolo. E poi avrei spalancato le porte degli uffici comunali ai barboni. Non credo che me l'avrebbero lasciato fare”. E Biagio sorride. E' il sorriso di un ragazzo invecchiato che conserva il fuoco gentile dei suoi occhi. “Il mio posto è a Palermo”. Una consolazione, nel viaggio di ritorno, in questo angolo di città dimenticata, in questo paese di pigmei senza ombra, sulle rive del fantasma di un fiume.


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