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Il processo

"Lombardo nelle mani
del boss La Rocca"


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Sfilano pezzi da novanta della Cosa Nostra sicula nel processo che vede rinviati a giudizio Raffaele e Angelo Lombardo con l'accusa di corruzione elettorale. Due pentiti, Jacona e Di Gati in videoconferenza, e un imputato di associazione mafiosa, Maurizio La Rosa, che si è avvalso della facoltà di non rispondere “perché non è un pentito”, spiega il suo avvocato a Livesicilia. Ecco le dichiarazioni che hanno acceso la mattinata del presidente della Regione. Prossima udienza il 3 aprile.

Aveva fatto il nome di un personaggio...non so se si può dire...”. “Lei è qui per questo”, tuona il pm Michelangelo Patanè. A quel punto Ercole Jacona detto “Ercolino”, mafioso adesso pentito vuota il sacco: “Il presidente della Regione Lombardo... mi aveva detto il presidente Lombardo, di appoggiare questo Cirignotta e poi se c'erano da fare delle infrastrutture eravamo considerati “i primi"...se c'erano dei lavori il presidente aveva dato l'appoggio a Cosa Nostra Caltanissetta per fare i lavori, sempre nel 2007-2008”. Il primo dei pentiti a sfilare in video conferenza nell'aula del tribunale monocratico è proprio “Ercolino”, vent'anni di affiliazione a Cosa Nostra, “mi occupavo delle estorsioni”, dice ai magistrati, “sono diventato uomo d'onore tra il 1990 e il 1991”. Entra ed esce di galera prima di iniziare a collaborare nel 2008, e quando conosce la politica conosce l'Mpa.

Non mi ricordo se si trattava di elezioni comunali o regionali, era la prima volta che mi occupavo di politica”, l'ordine, secondo il racconto che il mafioso Maurizio La Rosa, reggente di Gela per Cosa Nostra, avrebbe fatto ad “Ercolino” era di “appoggiare a Cirignotta e a suo cognato a Gela”. Il pm Patanè aggiunge: “conosce Francesco La Rocca detto Ciccio?”. Si tratta dello storico capomafia del Calatino che prima dell'ultimo arresto si stava accreditando come punto di riferimento regionale nella Cosa Nostra siciliana. “Non ricordo se l'ho conosciuto al carcere -risponde Jacona- ma Maurizio La Rosa mi aveva detto che Francesco La Rocca teneva in mano il presidente Lombardo e lo giostrava come voleva lui, lo teneva in mano sua. Ciccio La Rocca aveva in mano mezza Sicilia e voleva riunire tutta la Sicilia”.

Di Gati in videoconferenza. “Tutti appoggiavamo l'Mpa, in caso di bisogno potevamo rivolgerci a quel partito sia per gli appalti che per le cose di cui avevamo bisogno”, mafia affari e autonomismo nelle parole del boss pentito Maurizio Di Gati, secondo il quale “il collegamento era che se facevamo aumentare l'Mpa avevamo maggiori possibilità per gli appalti ad Agrigento e a Catania”, un metodo collaudato che secondo il pentito era frutto dell'interlocuzione non soltanto con mafiosi, ma anche con estranei ad ambienti malavitosi. Da Agrigento, terra di Di Gati a Caltagirone a partire dalla sua zona industriale, ma anche numerosi appalti e progetti ai quali la mafia stava lavorando. “Portare avanti -spiega Di Gati- i progetti che avevamo con Cuffaro, che camminavano paralleli con l'Mpa come partito, che dopo Cuffaro doveva essere il primo partito”.

Di Gati è un fiume in piena, parla di diversi episodi elettorali : “faccio riferimento -dice il collaboratore- al 2001 regionali e politiche, poi europee e vari appuntamenti provinciali fino al 2006. prima del mio arresto”. Quali erano -chiede il pm Carmelo Zuccaro- i vantaggi nell'aggiudicazione degli appalti? “A me -risponde Di Gati- mi garantiva Angelo Di Bella (uomo d'onore di Canicattì ndr), Marco Campione era l'imprenditore vicino a me ed era abbastanza favorevole per i progetti che c'erano in quel momento dal movimento terra, alle condotte idriche, al gas, a noi ci interessavano l'entroterra, le condotte idriche, dove c'era da guadagnare più soldi”. Questi finanziamenti -insiste ancora il Pm Zuccaro- a che livello venivano erogati? “Sia provinciale che comunale...si parlava di 13 – 14 milioni di euro tutto campagne campagne, sapevamo che era arrivato il finanziamento tramite il bando di gara”.

Controllo, appoggi, favori “io -continua Di Gati- per quanto riguarda i supermercati, sapevo che la Despar era di Matteo Messina Denaro...ad Agrigento non ha mai pagato la Despar perchè era di Matteo Messina Denaro”. Ma anche presunti rapporti con altri politici di primo piano catanesi, Maurizio Di Gati, ribadisce le dichiarazioni già agli atti del processo Garibaldi “con Mirenda parlavamo di Castiglione e Firrarello”. E poi ancora Mpa, “noi davamo loro i voti e loro giravano quello che noi chiedevamo, prima dei voti stabilivamo quello che ci interessava...il sistema era abbastanza facile, veniva Angelo Di Bella e diceva chi dovevamo appoggiare, andavamo nel paese, contattavamo gli uomini d'onore, dovevamo sostenere chi ci interessava, era una catena che andava avanti e produceva moltissimi voti”.

Due punti di riferimento del sistema: Angelo Di Bella e Giuseppe Falzone. E tanti soldi, in alcuni casi non erano necessari per ottenere i voti. “Una volta -ricorda Di Gati- venne Angelo Di Bella, mi diede 25 mila euro e mi disse che glieli aveva dati Calogero Lo Giudice...si interessò molto Giuseppe Falzone per cercare voti all'Mpa per Lo Giudice Calogero”.


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