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GREGORIO PORCARO

"In Sicilia è possibile fare rivoluzioni
Ma prevale sempre la frammentazione"

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porcaro, rivoluzioni, sicilia, Cronaca
"Ogni movimento rivoluzionario è romantico per definizione", diceva Gramsci. Oggi, nella breve parentesi di quiete che ha seguito la "tempesta", ci chiediamo: ma un movimento "rivoluzionario" può essere anche reale, oltre che idealista, "romantico"? E, facendo ancora un passo avanti, ci chiediamo anche: ma in Sicilia, una rivoluzione è davvero possibile?

“Sì, certo è possibile, abbiamo le potenzialità e le energie per farle la rivoluzioni. Poi che non avvengono è un'altra storia. Il mio pensiero è che qui falliscono perché manca la cultura della condivisione”. Chi parla senza tentennamenti è Gregorio Porcaro, una volta "don Gregorio", amico e vice di don Pino Puglisi.

“In Sicilia ci sono gli impulsi e le energie giuste – dice - il punto è che non riusciamo mai a metterle insieme. Anche quando tante persone condividono gli stessi obiettivi, tutto finisce sempre per frammentarsi, così come nella politica attuale che vede una moltitudine di piccoli gruppi che hanno gli stessi obiettivi ma che non si uniscono tra loro”. E continua: “Credo che anche la protesta dei Forconi ha fallito per questo. Gli obiettivi erano condivisibili, ma è venuta a mancare l'unità: sentivo molta gente dire che avevano ragione a manifestare, ma poi ha prevalso la disgregazione”. Ma sottolinea: “Nel caso della protesta siciliana di questi giorni però, secondo me, ha pesato molto nell'opinione pubblica anche il sospetto delle infiltrazioni mafiose, fatte ad arte solo per gettare discredito. Ma questa, certo, è solo un'opinione personale”.

Sulle cause della difficoltà al dialogo e alla condivisione, invece, sembra un po' meno certo, l'ex sacerdote anti cosche: “Forse fa parte del nostro dna, sarà il fatto di essere degli isolani in ogni senso, sarà che siamo diffidenti nei confronti degli altri e forse perfino di noi stessi. Sarà che c'è poca voglia di dialogo perché questo comporta il fatto di mettersi in discussione, forse è la paura di perdere consenso, potere. Non lo so. So però che è la mentalità che andrebbe "rivoluzionata": la rivoluzione dovrebbe essere fatta a livello culturale. E la via giusta è quella di ritrovare il gusto del dialogo, mentre in Sicilia c'è la cultura dell'omertà, è la "mafiosità" che abbiamo insita dentro di noi, quell'insieme di codici non scritti, quell'atteggiamento di prepotenza, di silenzio, chiusura”.

A questo proposito, poi ricorda l'esperienza della sua Brancaccio e del "Comitato intercondominiale". “Il comitato era nato con la voglia di migliorare il quartiere, con questo obiettivo- spiega- ne facevano parte uomini e donne di qualsiasi colore politico ed estrazione sociale, o credenza. Non importava, si aveva solo lo scopo comune di cambiare in meglio il quartiere, e con questo si cominciò a capire che la diversità era solo ricchezza. Perché, come diceva don Pino ‘se ognuno fa qualcosa, insieme si può fare tanto’”.

E qual è la strada giusta per la "rivoluzione culturale", secondo lei? “Si deve partire dai bambini. Così come sta facendo la Chiesa Valdese, e così come dovrebbe anche la Chiesa Cattolica. Perchè anche le chiese non parlano tra loro. Bisognerebbe fare più sforzi. La comunicazione, il dialogo sono le uniche cose che potrebbero salvarci in maniera rivoluzionaria. Servono queste per mettere insieme le forze sane del Paese”.


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