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La rivolta del cinque e mezzo

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Rivolta meridionalista? Rivoluzione anti - casta? Insurrezione corporativa a rischio d’inquinamento mafioso, come ha denunciato Ivan Lo Bello? Insomma, cosa si muove nelle viscere della Sicilia in questi giorni? Quando cerco di capire gli eventi del mondo, riprendo in mano vecchi libri. Quando cerco di capire gli eventi siciliani, riprendo in mano, per primo, La storia della Sicilia di Francesco Renda (Sellerio editore).

C’informa lo storico che, negli anni difficili seguiti all’unificazione, veniva chiamato “piemontese” tutto ciò che non era siciliano. Rapporto teso quello con i nostri connazionali del profondo nord. Dichiarava il Luogotenente del Re d’Italia nell’isola, Montezemolo, dopo un duplice omicidio avvenuto a Palermo: “Dubito assai che nelle Cabilie la tempra sia più feroce che nei beduini di questa parte dell’isola”.

Noi non li capivamo. Loro non facevano molto per capirci. L’evento più grave del post – Risorgimento fu la cosiddetta rivolta del “sette e mezzo”, nel 1866. Squadre armate di contadini calarono in migliaia dalle montagne su Palermo, unendosi alla plebe cittadina e devastando la città, prima dell’inevitabile repressione dopo, appunto, sette giorni e mezzo. La storia, si sa, non si ripete identica, e anche le rivolte hanno loro caratteri originali. Ma credo che i moti che stanno attraversando la Sicilia in questi giorni presentino alcuni tratti comuni alle ribellioni siciliane dell’ultimo secolo e mezzo: ribellismo plebeo unito a rivendicazioni legittime, associazionismo politico popolare insieme ad autentico brigantaggio. Non mancherebbe la mafia che, nei giorni dopo l’unificazione, trovava il proprio brodo di coltura e, secondo alcuni osservatori, oggi troverebbe spazio in certe frange del movimento. Ovviamente, per il mafioso la violenza non è uno strumento di protesta, ma è in genere preludio ad accordi con i pubblici poteri. Alla guida della rivolta odierna, non certo pacifica ma senz’altro incruenta, è il comitato Forza d’urto, che ha stabilito inizialmente un blocco delle attività in Sicilia dal 16 al 21 gennaio. Il cartello di associazioni riunisce gli autotrasportatori e gli agricoltori, e presenta una forte connotazione sicilianista, oltre che un’opposizione alla politica tout court. Molti hanno già sottolineato la vicinanza manifestata al movimento dal gruppo di estrema destra Forza Nuova, oltre che dalla formazione Grande Sud, fondata da Gianfranco Miccichè, in un passato non lontano al governo sia alla Regione che a Roma.

Ma ciò che è importante è che, nel linguaggio dei rivoltosi, politico sembra divenuto tutto ciò che non è popolo (siciliano). Questo tratto sovversivo si sposa con l’ira di tanta gente a causa della crisi economica e ha consentito ai leader di Forza d’urto di suscitare un certo consenso in una fetta consistente dei siciliani. “Era ora”, dicono molti. Anche se i contenuti di questo “ora” rimangono alquanto generici. In attesa che venga un nuovo generale Cadorna a sedare la rivolta, come nel 1866, si tratterebbe di separare il grano dalla zizzania, e cioè di capire chi siano i disperati da comprendere, quali i criminali che strumentalizzano la lotta e quali, infine, i politici che fanno i furbi giocando con l’anti – politica e la rivoluzione sicilianista. In quest’ultimo caso, sarebbe da smascherare un copione sperimentato più volte nella storia isolana, per cui le classi dirigenti locali tendono a fomentare il disordine per poi presentarsi come garanti dell’ordine al tavolo della politica romana. Vecchio gioco in cui i siciliani cascano sempre.


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