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La politica secondo Mannino

"Berlusconi si è confuso
Monti dimentica la Sicilia"


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Il governo Monti, la Sicilia, il futuro dell’esecutivo tecnico e la fine dell’era berlusconiana.
Calogero Mannino parla a tutto campo dell’attuale situazione nazionale e giudica un “neo” la mancanza di siciliani al governo: “Ma più che la mancanza di siciliani – dice Mannino - ho notato che nelle sue dichiarazioni Monti non ha riservato grande attenzione al Mezzogiorno”.

Partiamo dal governo Monti. Molti osservatori hanno giudicato negativamente l’assenza di siciliani. Secondo lei questo può rappresentare un disvalore?
“Certo che è un disvalore, è un neo”.

Lei voterà la fiducia all’esecutivo?
“Mi pare ovvio che la voterò, ma lei non è stato attento: io parlo del governo Monti dai sei mesi”.

E’ stato preveggente…
“No, ho sempre pensato che Berlusconi avesse perduto la maggioranza e che non ci fossero alternative. Ci voleva un governo neutrale e di emergenza. Comunque, più che la mancanza di siciliani, ho notato che nelle sue dichiarazioni Monti non ha riservato grande attenzione al Mezzogiorno”.

Berlusconi con le sue dimissioni ha chiuso un ciclo. Che bilancio traccia di questi 17 anni?
“Sul piano politico, Berlusconi ha avuto la la funzione positiva di impedire ai post-comunisti di vincere le elezioni nel 1994 senza opposizione, perché i comunisti ritenevano che, avendo tagliato in due la Balena bianca e essendosi alleati con una sua componente, il concetto di egemonia gramsciana sarebbe stato profondamente attuato. Quindi la democrazia italiana sarebbe stata egemonizzata da un partito. Berlusconi ha vinto le elezioni, annunciando una profonda trasformazione e modernizzazione delle istituzioni, e su questo punto non c’è stato alcun risultato positivo perché ha ritenuto di potere esercitare la sua funzione, confondendo il destino della sua persona con quello della sua creatura, e mi riferisco sia a Forza Italia che al Pdl. Ha creato un partito personale, questa è una sua grave carenza alla quale potrebbe rimediare ancora oggi, avviando il Pdl alla trasformazione nel partito popolare”.

La Sicilia è sempre stata per il Cavaliere un granaio di voti. Pensa che Berlusconi abbia tradito la Sicilia?
“Tutti i governi che si sono succeduti dal ‘92 ad oggi hanno saputo fare solo una cosa: drenare le poche risorse che ancora c’erano per il Sud, come i Fas, per impiegarle al Nord. Prima Prodi e poi Tremonti hanno massacrato la finanza della Sicilia come regione a statuto speciale”.

Ma com’è possibile che una regione che ha votato così in massa Berlusconi, poi sia stata così trascurata?
“Si tratta di una contraddizione paradossale: prendeva i voti in Sicilia e poi faceva la politica della Lega”.

Oltre ai cittadini, c’è una responsabilità anche della classe politica isolana?
“E’ una domanda a risposta ovvia”.

Si pente si aver sostenuto Berlusconi votando la fiducia lo scorso 14 dicembre?
“Non ho niente di cui pentirmi. A dicembre dello scorso anno Casini si era messo d’accordo con Bersani per il ribaltone, e cioè per opporre a Berlusconi lo stesso concetto che i post-comunisti avevano adottato nel ‘94. Io ero contrario al ribaltone ed ero contrario anche perché non condividevo che Casini portasse l’Udc all’alleanza col Pd. Quando è stato arrestato Totò Cuffaro, non mi sono trovato d’accordo con la linea che Saverio Romano dava al Pid, che non è mai nato, cioè non ero d’accordo con la linea della confusione con la schiera dei sostenitori di Berlusconi. Ero convinto che, mantenendo fede e coerenza alla scelta del 14 dicembre, bisognasse rappresentare un punto intermedio, di contatto e incontro tra il Pdl, ovvero quella parte del Pdl di cultura liberalcattolica, e l’Udc”.

Si riferisce a Pisanu?
“Sì, ma anche ad Alfano e Scajola. Se in questi mesi ci fosse stato un dialogo fra Pdl e Udc, non si sarebbe arrivati all’esito al quale si è pervenuti, cioè alla constatazione che il governo Berlusconi non reggeva. Adesso la situazione dimostra la necessità di ripartire da capo con coerenza. Chi vuol fare la scelta della sinistra, vada al Pd. Chi vuol fare una scelta diversa non può dire ‘vado al Pdl’, ma deve dire ‘anche con quelli del Pdl concorro a costruire il partito popolare d’Italia’”.

Crede a una nuova Dc che riunisca tutti i cattolici?
“Non credo che i cattolici del Pd siano disposti a uscire”.

Lei dove si colloca in tutto questo?
“Io sono un indipendente moderato e lavoro per costruire il partito popolare. Il Terzo Polo non mi interessa così come è ora e il Pdl è un partito personale senza struttura ideologica. E come tale non può esistere”.

Berlusconi potrebbe guidare questo processo?
“Glielo augurerei. Agevoli i suoi amici nel lavoro di trasformazione del Pdl, utilizzi il metodo socratico: la maieutica”.

Questo governo reggerà?
“Il governo deve fare cose molto difficili e Pd e Pdl hanno interessi molto contrapposti. Quando Monti parla dei problemi dell’organizzazione del lavoro e del sistema previdenziale, cioè di welfare, il Pd è in condizione di assecondare le scelte che proporrà Monti?”.

E della Sicilia cosa pensa?
“Per la Sicilia sono profondamente preoccupato. La scomposizione del sistema politico, che Lombardo crede un suo merito, difficilmente permetterà una ripartenza della regione siciliana come istituto che ha il compito fondamentale della rappresentanza e del governo della Sicilia, che versa oggi in una condizione di crisi che si può solo definire drammatica”.

In tutto questo il Mezzogiorno è uscito dall’agenda del governo?
“Quando il Ppi è sorto nel 1919, o quando è nata la Dc di De Gasperi, il Mezzogiorno era una delle chiavi dell’architettura politica. Oggi la rappresentanza del Mezzogiorno è affidata a piccole leghe locali che non possono avere altro che una funzione residuale”.


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