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Lo speciale, l'intervista

"Il cambiamento? La solidarietà"

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"Una società in cui tutti si preoccupino di chi sta peggio: questa sarebbe la vera rivoluzione". Se una rivoluzione è possibile lo abbiamo chiesto a
Renzo Messina, coordinatore della comunità di Sant'Egidio di Palermo, fatta di un centinaio di volontari, persone giornalmente a fianco della povertà e della marginalità.

"La rivoluzione è possibile certo, noi la facciamo tutti i giorni. La facciamo nella misura in cui non ci rassegniamo", dice. "La rivoluzione è la voglia di cambiare, è una scelta di fede. E una società comincia a riscattarsi cominciando dai poveri. È partendo dalle esigenze degli ultimi che si determina una società più giusta per tutti, sono i poveri il punto di partenza".

La comunità di sant'Egidio ogni lunedì sera fa il giro della speranza e della solidarietà, porta a barboni e alla gente che vive ai margini della società una cena calda, coperte, ma soprattutto una parola di conforto, una voce amica, un orecchio che ascolta, una mano che accoglie. E poi c'è la "scuola della pace", un dopo scuola, un sostegno didattico e formativo organizzato sempre dalla comunità dove parlare di accoglienza, di pace, ai bambini dei quartieri popolari. "Per noi questo è di fatto il primo segno di non rassegnazione e di speranza. È dai bambini che bisogna partire". La cosiddetta "scuola della pace" c'è in quasi tutte la città della Sicilia, ci spiega, perchè i bambini sono la rivoluzione possibile di domani.

"Io credo fermamente che le cose debbano cambiare", il tono di Renzo Messina non lascia dubbi. "Il termine rassegnazione io e i miei amici fatichiamo a pronunciarlo. 
Pensando alla gente che vive per strada, quella che incontro ogni lunedì, bene, anche in loro, io, benchè vivano ai margini, vedo una speranza. Soprattutto nella fede. Questa gente che non ha niente e che vive nell'amarezza ha una grande speranza, una grande fede. Ci chiedono sempre di pregare per loro. A me preoccupa molto di più la rassegnazione di tanta gente che finita la sua giornata di lavoro si rinchiude a casa, si chiude agli altri, a quelli che hanno bisogno, senza preoccuparsi di quello che c'è fuori".


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