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La mozione di censura

L'ora (involontaria) della verità


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"La conduzione della sanità da parte di Russo ha avuto grandi meriti ma ha perso credibilità sul punto cruciale: tenerne fuori la politica ed il clientelismo. Sono uscito dall'aula contro l'ipocrisia del centrodestra e per rispetto del mio gruppo, nonostante una strategia parlamentare che non ho condiviso". Sono le parole chiare e inquivocabili di
Roberto De Benedictis, vicepresidente del gruppo Pd all'Ars. E Davide Faraone, altro pidino in rotta con i suoi: "Mi sarei aspettato molto di più nel dialogo coi cittadini. Credo che i manager della sanità non debbano avere tessere di partito o appartenenze, ma debba essere valutata la qualità del loro lavoro. Questo è un modello che tutta la politica deve darsi". Il Pd si scuoce in un giorno complicato, in un delicato passaggio parlamentare. Finora, i democratici avevano messo le pezze  sulle crepe profonde aperte nel corpo del partito.

Dal vaso di Pandora del Partito Democratico salta fuori l'effervescenza di malumori assortiti.  De Benedictis che si accoda alla disciplina e però sceglie di premiare la sua coscienza con sottolineature ruvide. Faraone che, addirittura, mette in discussione la figura di un assessore che, fin qui, si è sentito intoccabile. Lo abbiamo osservato, nello spazio di fugaci riprese, Massimo Russo sotto gli strali delle critiche più accigliato e più ombroso del solito. Con la durezza visibile di chi pensa che siano gli altri a marciare invariabilmente contromano. E' una certezza che non viene mai scalfita dagli ostacoli. Anzi si alimenta per contrasto. Si nutre dell'opposizione, perché chi ne è portatore ha la convinzione di procedere sul sentiero luminoso e assoluto della giustizia. E la contrarietà degli avversari è semmai una conferma, uno stimolo in più.

Ma il problema in casa Pd non è soltanto un elemento importante nel gioco parlamentare e nelle caselle del governo Lombardo. Sapevamo perfettamente - e l'abbiamo scritto - che la salute dei cittadini sarebbe stata un convitato di pietra, l'ombra marginale nella partita tutta politica, sceneggiata sul campo. Tuttavia, per un riflesso forse casuale, lo specchio si è ridotto in frantumi. La disperazione di una terra ancora malata di sanità, malgrado gli sforzi,  è esplosa, entrando prepotentemente, come dato concreto, nelle schermaglie di palazzo. Negli onorevoli interventi si è udita l'eco soffocata di un grido. La rappresentazione dei fatti, spesso piegata a convenienze correntizie, ha lasciato spazio in un angolo alla realtà. Troppo lampante per sopportare negazioni, sublimazioni o appannamenti. Nonostante la riforma, le ottime intenzioni, la nobiltà d'animo di chi si è impegnato e le dichiarazioni che hanno accompagnato il tutto, nonostante le diatribe su mafia e antimafia, nonostante l'invocata discontinuità con un passato senza dubbio pessimo,  oggi il paziente siciliano, nella maggior porzione delle sue esperienze, è un reietto in cerca di riferimenti che non trova. A prescindere dalle contrapposizioni e dalle attribuzioni di colpa, qualcuno può negare questa scomoda e involontaria verità?