Live Sicilia

Elogio del tasciume

Lamento per la Fiera che fu


, Cronaca
Diciamocelo, davanti al suo tabuto, con i fiori in mano e gli occhi arrossati: la Fiera era tascia. Ma ci piaceva. Era tascio l'odore, innanzitutto. Quella mistura di alimenti, sudore, con la calura o la pioggia che si appiccicavano ai vestiti. Erano tasci i giochi, sempre gli stessi. Era tascia la casa stregata. Ma immancabilmente ritornavamo, facevamo la fila ai cancelli. Chi riusciva a sgamare un biglietto omaggio era un privilegiato della terra. La bellezza (tascia, sì) risiedeva nel concentrato di cose differenti dentro una cosa singola. La Fiera del Mediterraneo? Un gigantesco uovo di Pasqua con le solite sorprese. Poi uno ci rimaneva male quando nelle uova pasquali della nostra adolescenza trovava la sopresa cretina. Ma l'attesa rappresentava tutto. Come per la Fiera. Uno si domandava: chissà che inventeranno stavolta? Entravi e scoprivi, con intima soddisfazione, che nulla era cambiato, che il mondo lo avresti rintracciato per anni allo stesso indirizzo. Entravi con la ragazzina che amavi. E sfioravi la guancia più bella del cielo stellato. Ed erano stelle rigorosamente palermitane.

Ecco, la Fiera ci seduceva con l'inganno del tempo che non muta. Credevamo che Palermo si muovesse, mentre lei rimaneva ferma. Riconoscerla immobile ci dava un senso di sicurezza, perché siamo creature di isola e di scoglio. Proteggeva i nostri sogni con il suo centro permanente inchiodato al cuore.  Era esattamente il contrario e lo apprendiamo con dolore. La Fiera si smarriva fino alla consunzione e Palermo restava eguale a se stessa, sotto le sue differenti confezioni regalo.
Ognuno ha una memoria legata alla Fiera e alla sua pedagogia, un fotogramma indissolubile. Chi scrive ne ha due: il tagadà e il calzone. Sul primo ti rompevi le ossa, provando una vertigine di volo cui opponevi la sola resistenza delle mani e dell'equilibrio corporeo. Il secondo era un osceno tripudio ci calorie, formaggio e prosciutto di incerti genitori. Provocava profondissime ustioni sulle labbra. Era tascissimo il calzone della Fiera. E ci piaceva. E, nei penultimi giorni, c'era il tale che cuoceva le uova in modalità esoterica sulla sua pentola fatata. La gente lo guardava come si guarda un mago alle prese con uno strabiliante incantesimo...

Più che Palazzo delle Aquile, la Fiera ha reso concreto e visibile il luogo simbolo della comunità. Il posto in cui Palermo abbracciava se stessa, ammiccando al suo riflesso. Ora si aggiunge a uno sconfinato cimitero di ombre che furono. Eravamo tasci, sì. E ci tocca pure rimpiangerlo. Ci tocca l'unica libertà palermitana consentita in tempi di buio nero di seppia a noi, vedovi e orfani. Parlare bene dei morti.