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Mondello e il pizzone

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gianfranco marrone, I Love Sicilia, I Love Sicilia
Il diavolo sta nei dettagli, si sa. Molto spesso è dall’osservazione di cose minime che si colgono problemi e situazioni di grande portata: culturale e psicologica. Così è nei romanzi e nelle pubblicità, nell’abbigliamento e nella cucina. Ma anche e soprattutto nel design, specie se, per così dire, spontaneo, pop, relativamente casuale.

Da qui le osservazioni di Dario Mangano, il più grande mondellologo vivente, relativamente alla recente epifania nella spiaggia palermitana di un curioso, grosso arnese rotondeggiante attaccato a certi ombrelloni. Lo si trova, per l’esattezza, nei grandi parasole che la società Italo-belga mette stagionalmente a disposizione insieme a un paio di sdraio in una precisa zona della spiaggia di Valdesi. Lo usano cioè quelli che non hanno una cabina in affitto per tre mesi né, al contrario, pagano giornalmente l’accesso all’arenile. Sarà grosso modo una quarantina di centimetri di diametro e alto una ventina. Di legno, possiede una porticina dalla quale si accede al suo interno, dove è possibile, stipare oggetti personali e custodire robe varie.

Robe varie. Ed è questo il punto. Che cosa contiene questa specie di pizza bianca esageratamente spessa? E soprattutto: che cosa non contiene? Per rispondere, bisogna ricordare la vera, reale passione perduta del mondellano medio: la capanna, che come è noto da spogliatoio diventava casetta attrezzata di tutto e di più (alcune sono state avvistate perfino col citofono). Da quando le capanne, come le palme e le mezze stagioni, stanno sparendo, il villeggiante è in somma pena: che gusto c’è nell’andare in spiaggia senza poter stipare l’universo mondo nella propria cabina privata? Dove conservare pinne e maschera, sdraio, ombrelloni, giapponesi, costume di ricambio, secchiello e palette dei bambini, teglia di pasta col forno, cassa di birra sperabilmente ghiacciata?

Ed ecco il nostro curioso oggetto che tanto ricorda un’astronave di certi fumetti di fantascienza. Gli anni scorsi, abbarbicato all’ombrellone, trovavamo un contenitore talmente piccolo da contenere al massimo il portafogli e il telefonino al momento del bagno ristoratore. Una specie di punizione che manco il 41 bis. Nel pizzone, invece, ci si può stipare molto di più, soprattutto roba inutile. Inoltre, è personalizzabile, e ci si può perfino mangiare sopra. Ecco il ritorno mascherato della capanna perduta, la sua penosa riscossa in miniatura. Con un’inversione che piacerà ai poeti: prima la capanna conteneva l’ombrellone, ora è l’ombrellone a contenere la capanna.


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