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La questione immorale


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La questione morale fu un grazioso arnese dell'epoca di Enrico Berlinguer. Come ha ricordato Eugenio Scalfari: la doglianza del segretario del fu Pci poteva connettersi all'occupazione operata dai partiti di ogni anfratto della vita pubblica. Nessuna foglia si muoveva - disse Berlinguer - senza che ci fosse di mezzo l'inveramento di un interesse più o meno occulto. Il fuoco dello sdegno culminò in un lancio di monetine,  in un Terrore da mozzaorecchi. I tre immortalati nella foto furono, a vario titolo, i protagonisti di una stagione di ascesa e di decadenza. Bettino Craxi, in un memorabile discorso parlamentare, sbottò: "C'è un problema di moralizzazione". Era il 3 luglio del 1992. Il leader del Psi venne travolto dalla piena di "Mani Pulite".
Nel resto del Paese, l'andamento della questione morale ha conosciuto alti e bassi fra traversate a pelo d'acqua e immersioni in profondità. Qualcosa forse non è mutato, tuttavia l'incendio c'è stato. Per qualche tempo l'opinione pubblica si è interrogata sul senso, sulle vergogne e sui costi della politica.

In Sicilia, a prescindere da lievi increspature, il mare è rimasto calmo. Abbiamo attraversato l'autunno della primavere, delle marce antimafia, della legalità intesa come strumento necessario dell'etica o prodotto di vasto consumo. Se guardiano ora il Palazzo del potere non ci sembra di cogliere sostanziali discontinuità col passato. Non è soltanto una questione giuridica e aritmetica sul numero degli inquisiti, sulla qualità delle indagini e delle responsabilità, riassunte nel nostro "Indagometro". Oggi, come ieri, la politica siciliana segna un confine ingiusto e non giustificabile di privilegio assoluto. I boiardi comandano e utilizzano il potere per perpetuare un meccanismo di scambio clientelare. Il popolo è suddito. Anzi, secondo la lezione di Volontè, "il popolo è minorenne". E ha bisogno, nelle sue facce singole e separabili, di un onorevole che lo prenda per mano, non per indicargli la strada, ma per trafficare sotto il banco del comune sentimento del pudore.

C'è una Bastiglia piantata nel cuore della Sicilia ed è un pulpito di indecenza. Non giudichiamo i singoli curricula, non neghiamo che esistano parlamentari perbene, malgrado tutto, che si sforzano di dare un senso al loro percorso. Scriviamo che l'Assemblea regionale siciliana, nel suo senso globale di istituzione, è il segno dello sfascio di questa terra. E' il sintomo del malato terminale. E' il medico che non sa curare la piaga. Alzi la mano chi pensa che i politici siciliani servano a qualcosa e che il nostro Parlamento sia uno spazio per inventare provvedimenti utili alla comunità. Dirlo, raccontare le occasioni perdute di un Palazzo inutile sarà forse bieco qualunquismo. E' la stessa accusa che i socialisti tangentomani rivolgevano ai giornalisti nelle prime albe di Mani Pulite. Allora aggiungiamo una pietra al nostro qualunquismo. La questione morale andava bene ai tempi di Enrico Berlinguer. Noi non meritiamo nemmeno quella. La nostra questione è immorale.


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