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giovanni barbagallo

"Chi è indagato deve dimettersi
per aiutare i giudici a trovare la verità"

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ars, Giovanni Barbagallo, questione morale, sicilia, Politica
Dal Pdl al Pd, passando per la Lega: la questione morale sembra non risparmiare nessuno nella politica italiana e getta nuove ombre sulla classe dirigente del nostro Paese. Anche i democratici, con i casi di Alberto Tedesco e Filippo Penati, fedelissimo di Bersani, sembrano accusare il colpo. Per il parlamentare regionale
Giovanni Barbagallo, del Pd, la posizione del segretario non esce indebolita dalla vicenda che coinvolge l’ex presidente della Provincia di Milano ma è necessario vigilare maggiormente sulla selezione della classe dirigente, specie in Sicilia.

Onorevole Barbagallo, cosa sta succedendo nei partiti italiani? La questione morale sembra essere diventata l’emergenza del momento…
"Certamente bisogna fare delle distinzioni, non tutti i casi sono uguali come non sono uguali i modi di reagire alle indagini della magistratura. Quando vengono inquisiti esponenti del Pd, questi si dimettono e ne prendono atto, al contrario di quanto succede nel centrodestra dove insultare la magistratura e approvare leggi ad personam sembra diventata la regola. Non sfugge che ci sia comunque una questione morale, è necessario specie in Sicilia un supplemento di rigore e intransigenza da parte dei partiti che non dovrebbero mettere in lista chi ha problemi con la legge o potrebbe averli. Non possiamo permetterci distrazioni".

Trova delle analogie con Tangentopoli?
"È cambiato il contesto storico, quello era un fenomeno diverso. Ci sono differenze notevoli ma credo che il rinnovamento della classe dirigente e il suo processo di formazione debbano essere atti politici. La corruzione c’è sempre, e forse è anche più estesa del ’93, ma non c’è il coinvolgimento dell’intera classe politica. Le responsabilità sono di pochi".

Il Pd è stato scosso dal caso dell’ex presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, che è anche un fedelissimo di Pierluigi Bersani. Ci saranno conseguenze per il segretario?
"Non conosco i rapporti fra Penati e Bersani, anche se il primo è stato a capo della segreteria politica del secondo. Il caso di Penati è singolare perché è scoppiato dopo dieci anni, l’imprenditore che lo accusa parla ad orologeria. Aspetterei un poco prima di fare delle valutazione, ma la vicenda non coinvolge Bersani e non lo indebolisce".

Se lei fosse stato al posto di Tedesco, si sarebbe dimesso?
"Sì, certamente. Chi è indagato deve farlo per aiutare la magistratura a scoprire verità. Non penso che una persona con delle ombre debba fare politica. In una stagione di disvalori come questa, ci vuole una classe dirigente pulita e trasparente. Non bisogna delegittimare le istituzioni. Chi è indagato è portato a pensare a difendersi e fa un danno alle istituzioni".

Anche in Sicilia però c’è una questione morale…
"All’Ars abbiamo una ventina di inquisiti, indubbiamente dobbiamo fare ancora più attenzione, come partiti, nello scegliere chi candidare".

Con Angelino Alfano, il Pdl sembra aver cambiato atteggiamento nei confronti della magistratura e degli indagati. Pensa che siamo veramente di fronte a una svolta per il partito del Cavaliere?
"Mi auguro di sì, ci dobbiamo sempre augurare che anche nostri avversari non abbiano problemi con la giustizia. Le belle parole di Alfano, però, mi sembrano un flop. Subito dopo c’è stato il caso Papa e il Pdl ha avuto un comportamento poco edificante. Un partito che vuole diventare il “partito degli onesti” non può pensare che qualcuno resti impunito".


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