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La favola

I fuochi di Firdi

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, Cronaca
“I fuochi non si fanno! Non si fanno!”. Ora, per chi non lo sapesse a Firdi -piccolo paese sotto il Mongibello- accendere i fuochi la vigilia di Natale era certo, come certo poteva essere che il sette di gennaio sarebbe ricominciata la scuola per Andrej e Luca. Ma in realtà, che prima della messa di mezzanotte si accendesse la catasta di legna che ogni quartiere aveva messo su, o meglio che i bambini avevano accatastato al centro degli slarghi, era sicuro anche per i vecchi, per gli adulti, i genitori, i mezzi giovani, l’intero paese. E non perché fosse normale che la legna accesa dall’impiegato all’anagrafe Ciccio Collovà -a cui i ragazzi si affidavano per dare il là al fuoco della notte di Natale- prendesse fuoco, anzi. Le volte che l’impiegato aveva imprecato contro i piccoli che avevano raccolto la legna a suo giudizio fradicia, non si tenevano più a mente. Collovà accendeva il fuoco di Natale da più di trent’anni.

Insomma il fuoco di Natale era per il piccolo paese siciliano e come tanti altri, un passaggio obbligato, una competizione tra quartieri, un buon pretesto per stare insieme quella notte che doveva passare ma che doveva essere la più malinconica dell’anno se tutti decidevano di uscire di casa e riscaldarsi vicino a quel camino che fumava come un turco per tutta la notte. Luca ed Andrej avevano ben capito una cosa dei tanti ammonimenti ricevuti dalla maestra che li rimproverava da ben due anni di studiare prima della fine dell’anno scolastico. “Mi sa che ha ragione la maestra a dire che chi ben comincia è a meta dell’opera” aveva suggerito Luca ad Andrej. Per questo decisero di cominciare la caccia alla legna già da metà ottobre. Con la scusa del fuoco naturalmente i due erano coppia fissa di pomeriggio, e in effetti si sarebbero dovuti rimproverare i genitori che li lasciavano fare, ma né la madre di Luca, né il padre di Andrej se la sentivano di riprenderli. Il fuoco di Natale era come il cappotto del racconto di Gogol, era il desiderio di un anno, il tè portato al bambinello.

E se ci fosse stata una materia – cosa che i due desideravano- di storia e tecnica del fuoco di Natale, si poteva stare certi che la coppia avrebbe avuto pure una nota di merito. Radiche, trucioli, ante di armadi vecchi, una buona scorpacciata di tizzoni da camino presi mentre il padre di Collovà li metteva in cantina, un acero che un camionista aveva divelto in piazza -che i due non si fecero portare via dal fornaio- e il fuoco di Natale non sembrava neppure un fuoco ma di più: una scala per salire e andare come fumo fino a Betlemme. Nello stesso tempo quella ricerca diventata quotidiana era riuscita a fare dei due una coppia d’attaccanti che a loro giudizio la squadra locale di calcio si sognava. Andrej che aveva dodici anni solo da due era arrivato a Firdi con il padre, arrivati da Minsk per trovare lavoro. Il padre era riuscito infatti a trovarlo come stagionale e si era sistemato in una delle tante case sbrindellate del centro storico.

Nonostante le stufe la casa di Andrej era gelida come un ghiacciolo, ma forse non era tanto il freddo bensì quell’umidità che fa gocciolare d’acqua le ossa. Inutile erano le bombole di gas che il padre portava in spalla ogni fine settimana per sostituirle; la casa aveva pure gli infissi che non trattenevano quel po’ di calore che la stufa emanava. Modesta era invece quella di Luca, che però tra i due sapeva di essere privilegiato. Entrambi decisero pure di farsi dei regali: dieci euro ciascuno pattuirono, in busta. Non si sa a chi dei due venne l’idea: “Ma se ci regaliamo dieci euro ciascuno, in realtà non ci regaliamo nulla, sono sempre le stesse dieci”. Alla fine chiusero come si chiudevano le discussioni sull’ora legale: “Ma se si anticipa un’ora e si accendo i lampioni un’ora prima, dove sta il risparmio?”. Quando venne fuori la notizia che il maresciallo dei carabinieri aveva deciso di non fare accendere i fuochi di Natale, adducendo motivi di sicurezza, lo scoramento calò per tutto il paese.

Ed era questo forse il culmine dell’insofferenza che tutti nutrivano per quest’uomo, intransigente, ahimè, soltanto con gli straccioni che tiravano la vita. Con la stessa intransigenza aveva osato fare il gradasso con un senatore nel paese dove prestava servizio prima di Firdi. Aveva voluto perquisirlo durante la festa del santo patrono in piena piazza; il senatore con una mutria nel volto lasciò fare. Due giorni dopo il maresciallo venne trasferito appunto a Firdi. “Non sarà lo stesso Natale senza fuoco”, dicevano tutti nelle case, ma cosa dovevano dire allora Andrej e Luca che avevano stanato tutte le fratte del paese? “Qua, bisogna disobbedire” diceva Luca contrariato, “non vogliono farci bruciare la legna, ma loro stanno nei palazzi a mangiare a ufo” sempre Luca, che aveva letto quell’espressione nel libro di narrativa. Andrej non diceva nulla, anche lui era triste, al solo pensiero di passare il Natale in quella casa.

Si mormorò tanto nel paese, qualcuno ebbe pure il coraggio di andare a parlare in caserma, ma non ci fu verso, e si dice che il coraggioso si beccò giorni dopo una multa dal carabiniere perché aveva lasciato la sua auto davanti al suo garage dove campeggiava un divieto di sosta, peccato che il divieto fosse suo e servisse a scoraggiare sì le auto ma non la sua. La sera della vigilia i due si scambiarono le buste, Luca però che aveva capito cosa volesse dire Andrej, mise nella busta non dieci ma quindici, epperò pure Andrej ne mise quindici convinto di fare una sorpresa all’amico. Il fuoco non venne acceso, ma quella notte nella stessa strada in cui abitava Andrej con il padre divampò un fuoco alto, grosso, un fuoco che si sarebbe potuto definire sovrappeso se il fuoco avesse un peso.

Tutti accorsero e pure Luca insieme ai suoi genitori uscì in strada. Era la casa di Andrej che bruciava e il fumo nero svolazzava come il lenzuolo che piegano le madri dopo averlo lavato. A Luca scese soltanto una lacrima e disse “Perché hai disobbedito Andrej, non bisognava accendere il fuoco, non si doveva”.


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