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Il maxi-processo 23 anni dopo, Giordano

"Così giudicammo la mafia
Oggi non credo a Ciancimino"


, Cronaca
Il 16 dicembre 1987, lo Stato italiano assunse un volto e una voce. Erano il volto e la voce del presidente della corte d'Assise di Palermo Alfonso Giordano, che quella sera alle 19,30, dopo 35 giorni di camera di consiglio, in tre ore e mezza lesse le 53 pagine della sentenza del primo Maxiprocesso a Cosa nostra. Per la prima volta nella storia giudiziaria italiana, la mafia veniva giudicata e condannata come organizzazione unitaria ed omogenea.

Presidente Giordano, cosa le è rimasto più impresso di quella sera?
"Ricordo la velocità con cui lessi il dispositivo. L'aula bunker era gremita di gente, ma per tre ore e mezza regnò un silenzio assoluto. Certo, nessuno avrebbe potuto escludere atti inconsulti da parte di qualcuno. Per questo cercai di farla il più presto possibile. Ricordo che alcuni giorno dopo l'uscita della sentenza, un giornale americano mi definì "venditore di tabacco", perchè pare che lì in America i venditori di tabacco parlino rapidamente".

In che modo cambiò la storia quella sentenza?
Fu una sentenza storica per diverse ragioni. Innanzitutto perchè per la prima volta fu riconosciuta l'esistenza dell'associazione mafiosa che fino a quel momento era sempre stata messa in discussione; quindi per l'impressionante mole di episodi contestati, di carte e di documenti vagliati".

Il maxiprocesso si aprì il 10 febbraio 1986 e in quasi due anni si attraverso 349 udienze, 1314 interrogatori e 635 arringhe difensive. Numeri da guinness, ci fu un momento che visse con maggior apprensione?
"Le rispondo con le parole che Falcone pronunciò allora, (il presidente Giordano prende una copia del Corriere della Sera del 1987 n.d.r.), 'Probabilmente il momento più difficile fu quello della ricusazione avanzata nei suoi confronti. Tuttavia è riuscito con serenità ed equilibrio a dirigere il dibattimento per lunghi mesi nel pieno rispetto della legalità, e gliene va dato atto'. Si tentava di farmi desistere, magari un po' disgustato, da questo processo. Evidentemente fecero i conti senza l'oste. Forse avrei fatto volentieri a meno del Maxi-processo, almeno sotto il punto di vista della carriera. Non ho mai avuto benefici da questo ruolo che venni chiamato a svolgere".

Spesso si è discusso sulla reale paternità della sentenza. Qualcuno ha maliziosamente sostenuto che il vero artefice fu Pietro Grasso, all'epoca suo giudice a latere.
"Questa diceria l'ho vissuta sempre come un'ingiustizia, perchè la sentenza la scrivemmo a quattro mani. Sicuramente senza il mio decisivo intervento, il dispositivo non sarebbe stato depositato il 30 settembre del 1988".

Quella sentenza condannava in contumacia i capi che fino ad allora erano ancora "fantasmi", che negli anni successivi sono via via caduti, modificando l'assetto dell'organizzazione. In cosa crede che sia cambiata maggiormente Cosa nostra.
"Indubbiamente abbandonata la stagione stragista, c'è stato un ritorno al passato con una predilezione per quella mafia che tende a nascondersi abilmente. La strategia stragista insomma fu un errore per Cosa nostra, che con quel clamore che seminò tanti dolorosi lutti, venne irrimediabilmente allo scoperto".

Da cittadino, che idea si è fatto della presunta trattativa tra Stato e mafia.
"Sono sempre stato convinto che non ci sia mai stata una trattativa del genere. Una convinzione che mi deriva dall'aver conosciuto quelle persone che hanno sempre combattuto Cosa nostra, e rafforzata dalle recenti dichiarazioni dell'ex ministro Conso, che ha riferito d'aver preso autonomamente certe decisioni".

In quei due anni di Maxiprocesso ci furono più di 1300 interrogatori. Se fosse chiamato oggi a giudicare l'attendibilità di un teste come Massimo Ciancimino...
"Credere a Massimo Ciancimino mi sembra assolutamente fuori luogo. Non è affatto attendibile per quello che dice. Mi sembra francamente difficile. Non riesco a capire come facciano certi pubblici ministeri ad affidarsi alle sue parole. E la stessa sensazione di assoluta perplessità me la suscita Gaspare Spatuzza".

Esiste una differenza tra i pentiti di oggi e i pentiti che nel 1986 contribuirono alla riuscita del Maxiprocesso
"Quelli erano esempi 'eroici' perchè per la prima volta quegli uomini, che non godevano di nessuna legge sui pentiti, aiutarono a chiarire quelle che fino a poco tempo prima erano considerate quasi alla stregua di favole. In realtà non penso sia appropriato neanche il termine pentiti. Personaggi come Buscetta o Contorno non si pentirono mai; piuttosto pensarono di poter rispondere con una vendetta legale, alla persecuzione che li colpì in maniera diretta o trasversale. Oggi questo non c'è più, quindi bisogna essere molto più attenti a verificare ciò che i collaboratori rivelano, la loro attendibilità dovrebbe essere riscontrata in maniera molto più pregnante di quanto non avvenga".

Sarebbe immaginabile, oggi, un secondo Maxiprocesso?
"Assolutamente no. Un processo con questa procedura penale è impensabile. Già era difficile 23 anni fa con quella vecchia procedura, oggi sarebbe semplicemente impossibile".


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