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L'imprenditore vecchio assolto

"Ero sereno e certo della mia innocenza
Non sono pentito della scelta antiracket"

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Assolto perché il fatto non sussiste. Così il Tribunale monocratico di Catania scagiona Andrea Vecchio, presidente di Ance Catania, dalle accuse di simulazione di reato. I fatti si riferiscono a telefonate anonime ricevute nel marzo del 2008 dall'imprenditore etneo, da anni paladino della lotta al racket. Il fascicolo era stato incardinato a seguito della denuncia di due telefonate mute ricevute da Vecchio, di cui però i carabinieri non avevano ritrovato riscontro nei tabulati Telecom. Da qui la nascita dei sospetti nei confronti del presidente dell'Ance. Sospetti dissipati dalla sentenza del Tribunale che, durante le indagini, ha accertato un'anomalia nel centralino a cui è collegato il telefono di casa Vecchio, che l'aveva fatto squillare a vuoto.

Con l'arrivo della sentenza che la assolve completamente, cambia qualcosa?
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In realtà niente, ero certo che la sentenza sarebbe andata in questa direzione. Si è trattato di un'anomalia della centralina telefonica della mia abitazione, non potevo saperne niente. Sono soddisfatto, anche se non sono mai stato preoccupato perché ero consapevole della mia estraneità ai fatti e ho sempre avuto fiducia. Certo, è sempre sgradevole avere su di sé l'ombra di un sospetto di questo tipo, ma non ho mai pensato che si potesse arrivare ad una condanna".

Dopo l'apertura dell'inchiesta che la vedeva coinvolto ha subito attacchi da parte di qualcuno o, al contrario, ha ricevuto solidarietà?
"Non sono stato mai attaccato, tranne soltanto una volta da un giornalista di cui non ricordo né il nome né la testata per cui scriveva. Al contrario ho ricevuto sempre solidarietà e questo perché comunque era ovvia la mia innocenza".

Lei vive sotto scorta dall'agosto 2007, qual è il suo giudizio sulla scelta di denunciare il pizzo? In sincerità, lo rifarebbe?
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Il mio giudizio su tutto quello che è successo è positivo, estremamente positivo. Non sono affatto pentito di avere scelto la via della denuncia, anche se questo ha cambiato la mia vita e ha limitato la mia libertà. Ma subire il racket è cento volte peggio, significa rinunciare alla propria funzione e alla qualità di uomo. Mi sono ribellato al pizzo nel 1982, sono quasi trent'anni ormai che lotto. E continuerò a farlo".

Qualche anno fa lei aveva avuto dei contrasti con i vertici di Confindustria Catania, come sono i vostri rapporti adesso?
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Il mio rapporto con Confindustria Catania è ottimo, di pura simbiosi. Gli unici problemi erano sorti con il precedente presidente, ma che poi è stato defenestrato da Confindustria nazionale per il suo comportamento scorretto e fuori luogo".

Nel settembre 2007 Confindustria Sicilia sceglie la via dell'antimafia, proclamando l'espulsione degli associati che non denunciano le estorsioni o che collaborano, in qualsiasi modo, con Cosa nostra. A tre anni di distanza qual è il bilancio della situazione?
"La scelta di Confindustria Sicilia è stato un successo a carattere nazionale. E devo dire che la battaglia condotta da Ivan Lo Bello è nata dalla mia vicenda, dagli incendi ai mezzi della mia società. Da quella storia è nata una sorta di ribellione da parte degli industriali. Se poi continuano ad esserci imprenditori che preferiscono piegarsi alla mafia piuttosto che denunciare questo non dipende da Confindustria, ma dalla preferenza di molti di rimanere nel limbo, per paura o convenienza".


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