Live Sicilia

Speciale della domenica: l'ultima età

L'arte di diventare vecchi
(soprattutto a Palermo)


, Cronaca
C’è una poesia di Valerio Magrelli: “Essere matita è segreta ambizione. Bruciare sulla carta lentamente e nella carta restare”. La vecchiaia è questo sogno sospeso. E’ il tempo della carne che si prepara a diventare aria, per cambiare stato, da solido a gassoso. Da sangue a inchiostro. Da parola pronunciata a parola scritta e incancellabile. I libri non hanno bisogno di respirare. Ognuno di noi compone un volume stampato nel cuore degli altri. Lo chiamano “Memoria”.

Ma la contraddizione è una tagliola. Nei giorni dell’attesa, la vita continua a battere ostinatamente, insiste nel lasciarsi sedurre. C’è un'adolescenza nascosta tra le rughe che non si rassegna al trascorrere della clessidra. C’è un ritmo cardiaco che non vuole esaurirsi nel gocciolare dei minuti. Alcuni vecchi si sentono come presi in mezzo tra una speranza del crepuscolo e un ardore giovanile. Pettinano i capelli bianchi di saggezza, tuttavia non vogliono morire. C’è chi sostiene che questo peregrinare da una costa all’altra, dalla pazienza della fine all’impazienza del futuro, sia la strana felicità dell’ultima luna.

Non sono ancora vecchio. Ho vissuto accanto a una meravigliosa vecchia, mia nonna, che a ottant’anni decise di acquistare la Treccani a rate. Riuscì a pagarla tutta. Lei seguiva il campionato di calcio fino alla serie C. Ogni lunedì mettevamo insieme il punto tecnico. Penso che fosse un suo modo per restare collegata con me e con i mesi che andavano via, come quando uno protende la mano per afferrare un lembo del treno in partenza.

Quando si diventa vecchi davvero? Non si sa di preciso. Gli ospiti del nostro speciale hanno dato risposte differenti. Non dipende dall'età. Le nostre interviste ci insegnano che il tempo, oggi, è mischiato inesorabilmente alla psicologia. E' il succo della nostra ricerca domenicale. E' la morale che abbiamo raccolto sul cammino.

La cosa buffa è che i vecchi, quali che siano gli anni e il sentimento,  muoiono esattamente come i giovani, con la stessa rabbia, con la medesima accensione di occhi. Un po’ desiderano restare tra le coperte, ancora e ancora. Infine, li vince la smania di cantargliele chiare a Dio. I vecchi lo sanno. Hanno imparato l’essenziale: per insultare Dio e per abbracciarlo lungo tutta l’ampiezza del suo profilo infinito è necessario morire.

I vecchi di Palermo sono come i bambini, abbandonati. Vagano in un reticolo di alberi nemici e strade contorte. Le panchine sono rotte o inservibili, il cielo è lontano. Le macchine sgommano in fretta. Minacciano. I vecchi di Palermo sono volpi. Conoscono le piazze, lì dove è possibile sedersi e giocare a scopa sotto un filo di sole. Altro non sanno. I vecchi malati, quando sono proprio disperati, salgono su una terrazza per scendere precipitevolissimevolmente a terra, come Monicelli. E’ un loro diritto. Il problema semmai è nell’imbecillità dei giovani che scrivono su giornali imbecilli di imbecillissimi “sberleffi di un laico”.

I vecchi, in genere, non volano dai balconi. Hanno pazienza, scontano la verità. Il volo è una menzogna che termina con lo schianto, se non hai né ali né paracadute. I vecchi serissimi ed eroici trascinano i piedi, dalla vita alla morte, dalla morte alla vita, con intelligenza e momenti di gioia purissima. Accettano il gonfiore delle gambe, come il primo dono della consapevolezza. E si addormentano, in un ritaglio di luce del pomeriggio,  con la foto di un figlio sul petto. Si arrendono ai capelli sparsi sul cuscino.

(foto tratta da www.santegidio.org)


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