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Democratici al collasso

Tutti i tremori del Pd in crisi

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antonello cracolici, giuseppe lupo, pd, Politica
Il Pd siciliano ha la febbre alta. Ha il corpo squassato da tremori che annunciano un imminente collasso. Ma i nemici non sono alle porte. I malesseri più rischiosi rosicchiano dall'interno. E, sotto il tempestare di colpi avversi, anche i rapporti tra Giuseppe Lupo e Antonello Cracolici - vale a dire tra il segretario designato e il plenipotenziario sul campo - tendono al burrascoso, si stanno sfaldando.
Si può cominciare da qui per raccontare la patologia politica degli ex ex ex comunisti. Lupo e Cracolici rispondono a caratteri diversi. Sostengono Lombardo, ma con accenti che non si somigliano affatto. Giuseppe Lupo, in fondo,  è scettico. Vede nel Lombardo quater un rimedio miracoloso capace di fornire al centrosinistra isolano il respiro necessario per organizzarsi e per ribaltare l'inclinazione del consenso in Sicilia, tendente al centrodestra. Tuttavia è combattuto. Anzi è tormentato. Capisce il dissenso di buona parte della base - perché in parte è anche il suo, sebbene inconfessato - e ha una posizione dialogante. Sa che una manovra sbagliata o azzardata potrebbe provocare il naufragio della nave. I suoi timori si traducono nel silenzio, nella moderazione forzata. Il segretario tace troppo e, quando parla, non sembra nemmeno convinto di ciò che dice.

Antonello Cracolici, al contrario, è un pragmatico e ruspante animale politico, avvezzo alla mischia. Gli interessa il potere come strumento di governo. A differenza di Lupo, il potere viene sempre prima dell'uso che se ne fa. Ha un carattere più battagliero ed è uomo da scommessa, costi quel che costi. Se Lupo dialoga, lui trancia. Se Lupo abbozza, lui combatte. Se Lupo fa mezzo passo in avanti, Cracolici si esibisce nel salto mortale. Le sue eccessive prese di posizione contro la stampa non sono piaciute al segretario. E' fatale che due caratteri tanto dissimili prima o poi vengano metaforicamente alle mani. E ci siamo quasi. Livesicilia, di solito, azzecca il pronostico. Scrivemmo che Lombardo e Miccichè mai avrebbero contratto matrimonio. Erano e sono agli antipodi.  Scriviamo, osservando il crescente nervosismo nell'aria, che la convivenza tra i due consoli del Pd è difficile e forzata. Gli esiti sono imprevedibili.

Evidentemente il solco doloroso che spacca la sommità del partito è noto. Altre forze stanno tentando di insinuarsi nel cuneo. L'antico Mirello Crisafulli ha piazzato il suo referendum esplosivo nello stomaco del Pd, con conseguente "no" all'appoggio a Lombardo, secondo un impeccabile timing. Dal quartier generale hanno un bel dire che si tratta di numeri che non contano, di consultazioni alla Saddam, etc, etc... Ha ragione Mattarella: anche se fosse, è una reazione che puzza di insicurezza e di debolezza. E' la difesa del campo accerchiato, con pochi viveri e ancor meno munizioni. D'altro canto, il giovane Davide Faraone è la spina recente. La sua candidatura a sindaco di Palermo, senza chiedere permesso - oltre le apparenze di bon ton obbligato - è stata vissuta come un fastidio, uno sgarbo, una prematura fonte di guai. Eppure Faraone ha buon gioco nel rivendicare il merito di avere riportato le primarie a Palermo al centro della scena politica. Altrimenti chi ne avrebbe mai parlato?

Infine, c'è un presidente della Regione onnivoro che cannibalizza i suoi compagni di viaggio. Il Pd lacero, confuso e contuso rappresenterebbe una preda aguzza per fauci assai più malleabili di quelle in dotazione di Raffaele Lombardo. Perciò, figuriamoci.
Ricapitolando: la situazione non è buona.  Malessere al vertice, "congiurati" nel corpo del partito e una grande bocca spalancata in attesa. E la febbre sale.


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