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La testimonianza del medico

I muri eretti nell'altra città

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, Cronaca
Quando ero piccolo passando con mio padre davanti l'ospedale vedevo soltanto un grande muro che cingeva tutto il fabbricato. Praticamente da fuori non si vedeva nulla. Non sapevo cosa ci fosse dentro quel recinto, al di là di quei muri.
La città, i miei spazi terminavano prima, non comprendevano certamente qualcosa che doveva stare chiuso alla vista di tutti noi "sani".
Chi entrava là allora?!
Non interessava, in quel momento non mi riguardava, non era affar mio, nostro.

Quando mi sono iscritto alla facoltà di Medicina ho chiesto a mio padre come fare per arrivare al Policlinico. Non lo conoscevo, non sapevo nulladi quel posto, anche quello, recintato, chiuso alla città.
Ho scoperto solo da allora che quei posti non sono altro che la nostra città "altra", e raccolgono i nostri cittadini meno fortunati. L'uomo credo sia stato da sempre lontano da questa "parte di nostra città" quasi per un fatto scaramantico. E' un pò come coloro che non si recano mai al cimitero pensando così di negare la morte . Ma la vita è altra cosa.

E' vita quella al di qua ed al di là delle mura; da sani o da malati siamo sempre noi, e non bisogna aver paura di chi siamo in quel momento.
Oggi vivo gran parte della mia giornata in ospedale, e per di più in un reparto quale quello psichiatrico (SPDC) dove la normalità è qualcosa che si scontra sin dalle porte di ingesso, sin dai colori dei muri sporchi, sin dal disinteresse dei colleghi e delle amministrazioni che ci ospitano e che non pensano utile investire su questa sistemazione alberghiera, che per i PAZZI va bene così.
Ogni luogo ci dovrebbe rappresentare; l'ospedale rapresenta la nostra parte debole, quella che si è ammalata in quel momento.

Dovremmo abbattere tutti i muri che abbiamo creato; attorno agli ospedali ma non solo. Le nostre paure non vanno rinchiuse da muri, vanno affrontate e condivise per capire meglio e prima.
L'uomo non è un camice, non è una persona che si protegge dietro una divisa
qualunque.Siamo tutti uguali, ma dentro quel luogo lo siamo ancora di più. Il paziente soffre, nel senso che si offre a noi che stiamo lì per aiutare. Noi dobbiamo offrirci a loro, dobbiamo somministrare ciò che siamo in uno scambio di umanitas che ci rende tutti "uomini".
I veri muri sono dentro le nostre menti.

Marcello Alessandra


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