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Da "I Love Sicilia"

La coscienza dei giornalisti

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felice cavallaro, I Love Sicilia, l'infelice, I Love Sicilia
C’è chi usa il richiamo al sacrosanto diritto della privacy come alibi per garantire il segreto al potere del malaffare. Per questo, nonostante qualche dubbio sulla sua utilità, ho aderito allo sciopero dei giornalisti contro la cosiddetta legge bavaglio. Epilogo di una sgradevole raffica di attacchi a una categoria che dovrebbe fare da cane da guardia al sistema, come insegnano nelle scuole di giornalismo. Ma anche effetto di un contrattacco a quell’area di cronisti sempre convinti di combattere la battaglia del Bene contro il Male con i paraocchi di una militanza che a volte li trasforma in altoparlanti di fonti spesso interessate, ovvero in condottieri (del Bene, ovviamente) incapaci di esercitare un minimo di spirito critico o autocritico.

Andiamo subito al sodo con qualche caso concreto per dire che nel caos di questo malandato Paese in cui siamo immersi, i giornalisti non possono pretendere di essere esenti da critiche e che probabilmente hanno anche loro qualcosa da farsi perdonare.
Scrivo questa nota mentre agosto s’avvicina, a più di tre mesi e mezzo da quel titolone di prima pagina che sostanzialmente annunciava l’arresto di Raffaele Lombardo. Una settimana prima del lunedì di Pasqua. Uno scoop da gran premio, forse, per chi l’ha firmato scatenando una colata di indiscrezioni, ricostruzioni e analisi, reazioni e interviste su una stagione politica in quel momento in gran fermento, ma improvvisamente bloccata, ingessata, imbambolata perché il Pd stava per imbarcare i suoi assessori nel governo, Beppe Lumia e Antonello Cracolici cercavano di convincere i loro big romani sull’affidabilità di Lombardo, pronti a un’intesa con Gianfranco Micciché in contrasto con gli altri berluscones targati Schifani-Alfano e così via...
Prospettive tessute da un governatore che, pur ritenuto psicopatico dai suoi diretti avversari catanesi, poteva ostentare fino a quel momento una certa autorevolezza, per dirne una, nel contropiede giocato col ministro Tremonti sui famosi fondi Fas. Poi, d’un colpo, sfregiato il prestigio guadagnato anche accoltellando ex amici come Totò Cuffaro, ecco arrivare per lui il fendente da prima pagina con effetto paralisi dilatato all’intera Regione. Come è ancora adesso. A quasi quattro mesi dall’annuncio di un arresto che, ammessa e non concessa l’attendibilità di quell’embrione di notizia, doveva restare materia riservata a investigatori e magistrati, tranne a non volere determinare accelerazioni o frenate della vita politica con soffiate catalogate alla voce “fughe di notizie”, anche se è ormai svelata la dinamica: le notizie gambe non ne hanno e per muoversi hanno sempre bisogno di una manina.

Privi di palle di cristallo, diciamo che potrà accadere di tutto in futuro, ma in questi (quasi) quattro mesi non è accaduto nulla. Eppure il nulla ha bloccato tutto. Potrà anche esser considerata cosa buona da chi osteggiava i programmi delineati. E ci sarà qualcuno euforico per avere così ostacolato sviluppi politici sgraditi. Ma è il modo in cui tutto ciò si verifica che dovrebbe costituire materia di riflessione per i giornalisti pronti a sussultare e urlare quando si sentono aggrediti, senza esercitare invece spirito critico e autocritico quando sarebbe opportuno. Muti.
È lo stesso spirito che sembra mancare quando si corre dietro controfigure di notizie offerte giusto per tappare la sacrosanta sete di informazioni. Ma spesso dando sabbia e non acqua agli assetati. Come è accaduto con l’inchiesta sul massacro di Enzo Fragalà, l’avvocato gentiluomo ucciso a bastonate da un energumeno descritto per mesi nelle cronache indicando un ex cliente del legale: alto e massiccio, 50 anni, impiegato in una profumeria di via Oreto, parte alta, oltre la Stazione centrale di Palermo. È quanto ho letto sulle cronache locali, restando di stucco davanti a questa riconoscibile “fotografia”, visto che sarebbe stato meglio lasciare coperta da massimo riserbo una simile informazione. Per proteggere le stesse indagini e colpire meglio il presunto assassino. Ovvero, per tutelare un possibile innocente. E invece abbiamo pure letto che in casa gli avevano sequestrato una mazza “compatibile” con il bastone del delitto e che il Ris a Messina era già all’opera per i controlli e per gli esami incrociati del Dna... Come è poi accaduto per un secondo indagato, 31 anni, pregiudicato, al quale hanno sequestrato moto, giubbotto, pantaloni e scarpe, tutta roba passata ai raggi X degli stessi carabinieri del Ris i quali hanno infine escluso ogni collegamento e scagionato il povero cristo triturato dai titoli.

Ce la vogliamo fare una domandina? Che bisogno c’era di parlare del profumiere, della moto, delle analisi su mazza o stivali? Direi all’investigatore o al magistrato di turno: prima indaga, se trovi colpisci e pubblicizzi. Perché, lasciando andare il mondo come va, ingurgitando titolacci inutili, delle inchieste resta solo l’amarezza di indagini ridotte a un pessimo reality. Con l’unico effetto di pubblicizzare ed esaltare figure investigative e giudiziarie incapaci di produrre risultati concreti. Senza mai una critica successiva. Magari incassando premi, promozioni, notorietà, avanzamenti per risultati inconsistenti.
E ne abbiamo di imposture presentate come ottimi risultati anche per vicende terribili come le grandi stragi del ’92. Quanta critica dovremmo fare per esserci bevuti come acqua cristallina le imposture di tal Scarantino smentito da tal Saptuzza quando i cronisti diventavano solo mero altoparlante di uno stuolo di magistrati, dai pm ai gip, dai tribunali alle corti di assise fino alla cassazione, passando attraverso tanti speciali e meno speciali apparati investigativi? Beh, forse ripensando a quegli oscuri anni Novanta, qualcuno dovrebbe chiedere scusa anche allo stesso Fragalà che, dubitando di un altro capolavoro di pentito aggiustato come Balduccio Di Maggio, si ritrovò la bastonata “eccellente” di toghe pronte a indicarlo come un depistatore per un’opera con “profili di illiceità e irresponsabilità”, come si legge negli articoli del tempo.
Perché era vietato dubitare, come direbbe con amarezza un altro avvocato appena scomparso, Pietro Milio, da senatore radicale pronto a sconfessare l’impostura di un contraffatto verbale di interrogatorio del 1994 reso da Scarantino “con annotazioni a margine che sarebbero state fatte da un poliziotto...”. Dubbi. Agli atti del Parlamento dal 1999. Ma guai a dar conto a Milio, allora. Bollando lui e quei pochi che cercavano di capire come marcantoni di “controinformazione”.
Dalle intercettazioni ai verbali sospetti, dai Pennino pomposamente presentati come i “Buscetta della politica” alle assoluzioni arrivate 17 anni dopo, come nel caso Mannino, ovvero come nel caso del tenente (oggi capitano) in pensione) Carmelo Canale, appena assolto dopo 14 anni, i giornalisti avrebbero qualche domandina da porre a se stessi.

Anche per evitare di prestarsi a quest’altalena di osanna ed esecrazione che ci porta ad esaltare e abbattere miti, da pentiti a magistrati, da investigatori a capi di servizi e corpi specializzati. Per farlo occorrerebbe forse un po’ di sano distacco critico. Anche nel valutare notizie messe in circolo tramite la “manina” di indagini stile reality che finiscono per danneggiare chi dovrebbe maneggiarle con cura.
Dalla politica ingessata e imbambolata come nel caso Lombardo anche attraverso un titolone come quello di quattro mesi fa, la musica non cambia passando a qualche bizzarro spunto di cronaca.
Abbiamo letto che è stato individuato il Dna di quello che viene indicato come il latitante numero uno di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro. Bene, bravi, bravissimi, applausi a investigatori e chimici, biologi ed esperti. Ma se hai una notizia così importante nelle mani perché consegnarla allo stesso latitante attraverso mass media trasformati in postini?
Non sarebbe meglio agire, usare questo strumento nel massimo riserbo, e continuare la caccia al boss cercando di far scattare le manette invece dei titoli? E questa è una domanda da rivolgere soprattutto agli apparati. Perché non possiamo certo pretendere che se a un giornalista viene data una notizia quello la debba nacondere per il bene comune. Ovvio che il cronista debba dire tutto quel che sa. Anche quando si trova il fior fiore dei colletti bianchi a servizio di Cosa Nostra, come ci hanno fatto scrivere per quel gruppo guidato dall’architetto Rizzacasa. Tutti in carcere per mafia. E tutti agli arresti domiciliari pochi giorni dopo perché, al primo filtro del Tribunale del riesame, si è sfarinata l’accusa di mafia. Così, sono rimaste paginate di cronaca tutte ispirate dalle posizioni della pubblica accusa. Senza che il seguito sia stato raccontato dagli stessi giornali, fatta eccezione per qualche trafiletto. Gran clamore per l’operazione. Il nulla dopo. E’ la stampa, bellezza...


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