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Bivona

Imprenditore vessato dal racket rivela:
"Quel microfono lo misero i carabinieri"

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bivona, ignazio cutrò, microspie, pizzo, racket, sicilia, Cronaca
Nell'inchiesta Face off, il voltagabbana, questa volta, potrebbe averlo fatto proprio l'accusatore. Sembra esserci, infatti, un colpo di scena nel processo, che vede al centro la vicenda di Ignazio Cutrò, l'imprenditore bivonese che si è dichiarato vittima del racket. Cutrò, infatti, potrebbe rischiare l'incriminazione per falso.  “Io, al contrario, di quanto detto in dibattimento, sapevo che i carabinieri avevano installato la microspia a bordo del mio fuoristrada. L’avevamo concordato con il capitano Asti". L'imprenditore con queste parole gela l'aula del tribunale di Sciacca. Cutrò, usa una frase pesante, perentoria per  rispondere alla domanda del legale degli indagati Luigi Panepinto e Giovanni Favata. Alla presenza di Vittorio Teresi, procuratore aggiunto alla DDA di Palermo, l'imprenditore profila uno scenario nuovo nell'inchiesta, contraddicendo le dichiarazioni da lui stesso rese nel corso del processo. Cutrò fa intendere di una microspia installata ad hoc nel suo fuoristrda, per raccogliere quante più testimonianze possibili, in un momento cruciale per le indagini sulla mafia nella bassa Quisquina. Un gps, che avrebbe potuto intercettare anche le dichiarazioni degli stessi Panepinto, indagati principali nell'inchiesta. I fatti si riferiscono a un periodo compreso tra la fine del 2007 e l'estate del 2008, momento culminante del blitz, quando in manette finirono otto, tutti accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsioni e danneggiamento. Secondo le prime ricostruzioni, fornite al tempo dagli inquirenti, Cutrò, titolare di un'impresa edile, avrebbe subito ripetuti danneggiamenti, che avrebbero portato la sua impresa sul lastrico. Collezioni di ricatti, appalati mandati in forfait, minacce e incendi ai mezzi, con al centro una sola causa:  il mancato pagamento del pizzo.  La vicenda ebbe dell'eclatante per il coinvolgimento, da indagati, della famiglia Panepinto, titolari della Beton calcestruzzi, vittime, negli anni '80 di un delitto di mafia e per anni sotto scorta. Il processo dura ormai da un anno e mezzo, con fiumi di deposizioni: ufficiali di polizia giudiziaria,  collaboratori di giustizia, persone informate sui fatti e poi le ripetute audizioni di Cutrò, che, però, non ha mai fatto il nome dei suoi presunti estorsori. Quindi la gelata di ieri, che potrebbe però rimescolare le carte, profilando, addirittura, un inizio da zero del processo. Cutrò, da un lato, dovrà rendere conto ai giudici di una rettifica tutt'altro che innocua. Sotto giuramento, infatti, l'imprenditore, qualche mese fa aveva dichiarato di non essere assolutamente a conoscenza delle intercettazioni ambientali e telefoniche a suo carico. Ieri il voltafaccia, che ha turbato tutta l'aula e di cui,Cutrò dovrà assumersi le responsabilità giuridiche. Indubbiamente uno dei nodi da sciogliere sarà quello relativo alla scorta, che da due anni tutela Cutrò e che è gestita dagli uomini dell'Arma. Se ne saprà di più il 15 luglio prossimo, quando l'imprenditore bivonese tornerà a deporre davanti ai giudici di Sciacca.


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