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I bei tempi

Com'era bella Palermo fetida...

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Che erano belli i tempi in cui Vincenzo Consolo, ne “Le Pietre di Pantalica”, descriveva Palermo ai tempi del Festino. Con una scrittura cruda lo scrittore di Sant’Agata di Militello ci raccontava l’anima recondita della nostra città.
“Palermo è fetida, infetta. In questo luglio fervido, esala odore dolciastro di sangue e gelsomino, odore pungente di creolina e olio fritto. Ristagna sulla città, come un’enorme nuvola compatta, il fumo dei rifiuti che bruciano sopra Bellolampo. Vi capito nei giorni del Festino di Santa Rosalia: e a questa festa, in quei giorni, s’aggiunge il delirio per i campionati mondiali di calcio. (…) Santa Rosalia e la squadra italiana di calcio placano la folla, la febbre, la schiuma velenosa, la furia omicida. Questa città è un macello, le strade sono carnezzerie con pozzanghere, rivoli di sangue coperti da giornali e lenzuola. I morti ammazzati, legati mani e piedi come capretti, strozzati, decapitati, evirati, chiusi dentro i sacchi neri di plastica, dentro i bagagliai delle auto…”.
Com’era bella Palermo! Era il tempo in cui qualcuno si accorgeva della condizione di degrado della città, ne denunciava le cause, individuava le connivenze. Gli intellettuali erano vigili, scrivevano, urlavano. L’opposizione era attiva, organizzava le proteste contro gli scempi dell’amministrazione, dimostrava le connessioni tra mafia e politica. La stampa era battagliera, c’era il giornale L’Ora, i giornalisti d’assalto rischiavano la vita, e talvolta la perdevano, per scrivere ciò che vedevano e ciò che scoprivano.
Com’era bella quella Palermo fetida, infetta. La mafia sfogava la sua follia omicida ed era visibile e percepibile. L’antimafia si organizzava, nascevano le prime associazioni, si scoprivano le collusioni tra politica affari e malavita. La folla informe, come nella pittura di Daumier, si accalcava sotto i palazzi del potere col dito proteso e il voto deforme, magari per scegliere Barabba. Ma per scegliere.
Era bellissima Palermo fetida, infetta. E noi lo sapevamo. C’era la Santuzza col suo corollario di riti e festini, con le processioni di mafiosi democristiani e preti mafiosi che, insieme, celebrano i sermoni ecclesiastici e organizzavano le preferenze. E noi li vedevamo, li riconoscevamo. C’era il Festino: quello era giorno di pulizia, le strade si lavavano il 14 luglio e si ripulivano il 16 mattina, eliminando le scorze di anguria, le bottiglie di birra Messina, le ceste in vimini distrutte dal peso dei babbaluci. E poi? Ci rivediamo l’anno prossimo diceva lo spazzino, mentre operava con la sua ramazza immacolata. E l’opposizione incalzava.
Che era bella, Palermo. Viva Palermo e Santa Rosalia. Viva la Santuzza, il triunfo, il carro, la processione. Viva!
C’era pure l’Italia e le bandiere per strada. Uno spirito nazionale, represso per un quadriennio, repente si risvegliava e alla prima vittoria spuntavano i tricolori nei balconi: “Io sono italiano e palermitano”, recitavano in massa i ragazzini dei quartieri popolari, tirando calci a un Super Santos arancione con le strisce nere.  Paolorossi e Santa Rosalia, Dino Zoff e il Festino. Eroi popolari e tradizioni arcaiche, secoli di passioni si fondevano in un miscuglio di strane convivenze.
Com’era bella Palermo, fetida e infetta! La città macello, puzzolente e febbricitante.
È passato tanto tempo da allora: è arrivata la Primavera, con il suo carico di speranze e illusioni, poi l’estate. Palermo d’estate, quando la città viveva di cultura e splendore, il Festino di Santa Rosalia era uno degli eventi culturali più apprezzati al mondo, i turisti sentivano l’odore del mare e per strada incontravi artisti internazionali che fissavano l’appuntamento alla marina o al teatro Massimo.
Poi l’autunno di un commissariamento lugubre e ipocrita e l’inverno triste e freddo, sempre più freddo di anno in anno. L’inverno della ragione e della passività, l’inverno delle nuove connivenze, più sofisticate e invisibili, l’inverno della passione civile e della lotta.
Palermo è puzzolente e repellente. Ma nessuno se ne accorge. I cassonetti trasudano di immondizia, le strade sono invase da merda di animali, l’azienda incaricata della raccolta dei rifiuti è quasi fallita grazie alle somme spese per fare clientele in campagna elettorale, mentre il primo responsabile del disastro è diventato senatore.
La città è allo sbando, cittadini senza casa accampati davanti il municipio sono parte dell’arredo di piazza Pretoria, sempre più Piazza della Vergogna. Ma nessuno dei nostri amministratori si vergogna di ciò.
L’opposizione confonde la politica con la propaganda: si vota la mozione di sfiducia al sindaco come atto di testimonianza retorica, avendo chiaro che i numeri per mandarlo a casa non ci sono. Anzi, magari sperando che la mozione non passi altrimenti si va tutti a casa, e legittimando così, con la forza dei numeri, la sua incapacità di amministrare Palermo.
E poi, in questo momento, qualcuno avrà pensato che è meglio evitare strattoni: magari alla Regione potrebbero mancare i voti per il nuovo governo, quello in cui convivono la vecchia opposizione e la nuova maggioranza, l’alleanza torbida tra gli amici dei condannati a sette anni per collusione con la mafia e gli alfieri dell’antimafia parolaia. I peggiori epigoni di una sinistra distrutta dalla smania di potere, quelli che Sciascia chiamerebbe, a ragione, i professionisti dell’antimafia.
Sciascia, Giuliana Saladino, Marcello Cimino, Ignazio Buttitta… sento il silenzio tombale dell’intellighenzia della mia città. Dove sono le voci critiche? E i giornali d’inchiesta? E l’opposizione? Sento solo il ronzio di una propaganda becera, circoscritta nei salotti della borghesia illuminata, mentre i quartieri popolari sono il luogo della nuova speculazione edilizia, le periferie sociali dove il virus della mafia si è radicato fino a diventare cultura dominante, ragione di promozione sociale per i ragazzi delle scuole medie.
Qualche voce nel deserto si sente in lontananza, è l’eco profondo del cardinale Pappalardo, il suono forte e lucido del nuovo arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, che ha analizzato la condizione della nostra città come mai nessuno in questi anni... e ha individuato coraggiosamente pure i responsabili. Ed infatti non diventerà mai cardinale.
Il resto? Propaganda o affari sotterranei nella Palermo in cui la mafia militare sembra sconfitta, gli imprenditori dicono di ribellarsi mentre diminuiscono le denunce, segno di un nuovo controllo organico dell’economia e del territorio.
Nei balconi delle nostre case, in questo triste anno di mondiali di calcio, non ci sono più neanche le bandiere. Ci hanno rubato la passione collettiva e, improvvisamente, si scopre che non ci sono più neanche i soldi per festeggiare il miracolo della nostra Santuzza. Ci hanno rubato pure il Festino. Ma nessuno protesta, l’apatia collettiva è il segno distintivo della nuova era del disastro di palermitani i quali si presentano, sempre più, come massa informe che, ovviamente, continua a scegliere Barabba ma, adesso, senza neanche alzare il dito.
Com’era bella Palermo, quando era fetida e infetta!


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