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La scomparsa di Mauro De Mauro

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cronista, l'ora, mafia, mauro de mauro, Cronaca
Sedici settembre 1970. E’ una Palermo caotica quella che si appresta a vivere gli ultimi scampoli di un'estate calda. Il vento di scirocco non dà tregua fino a togliere quasi il respiro. Una giornata come tante, almeno in apparenza. Sono le 20 e 40 quando Mauro De Mauro, giornalista del giornale “L’Ora” lascia la redazione dopo aver chiuso la pagina sportiva. Il tempo sta cambiando, ora c’è un leggero venticello che rinfresca l’aria ed anticipa l’acquazzone del giorno seguente. Non c’è traffico e De Mauro sulla sua Bmw blu notte sembra quasi essere l’unico a girare ancora per le vie della città. Si ferma in farmacia per delle commissioni e più avanti al bar Spatola in via Pirandello. Compra delle sigarette, del caffè, un fernet e una bottiglia di vino francese. Tra tre giorni si sposa Franca, la primogenita, e stasera a casa viene a cena con il suo fidanzato, Salvatore Mirto. La Bmw si rimette in marcia, pochi minuti e raggiunge via delle Magnolie 58 . Sono le 21 e10. De Mauro parcheggia e sul portone scorge Franca e Salvatore, appena arrivati. Anche loro si accorgono di lui e lo aspettano davanti all’ascensore. Passa qualche attimo. A quest’ora il padre dovrebbe averli raggiunti, per questo Franca torna sui suoi passi giusto in tempo per sentire qualcuno dire: “Amuninni” e vedere il padre “con la faccia tirata”, allontanarsi in macchina in compagnia di altre persone. “Amuninni ”, una parola detta con tono imperioso. Risuona quasi come un ordine, o comunque un invito forte che conclude una discussione precedente. E’ l’ultima volta che Franca vede il padre. Undici ore dopo la famiglia denuncia la scomparsa ed iniziano le indagini.

La riapertura del caso
Da allora sono passati 39 anni e la scomparsa di De Mauro è ancora avvolta nel mistero. Un caso che scotta e che nel tempo è stato studiato sempre a singhiozzo. Le indagini infinite, scenari contorti, archiviazioni e riaperture d’indagini. Ogni tanto qualche giornale lo ricorda dando voce alla famiglia, lasciata senza giustizia, non rassegnata, ma stanca, segnata da una ferita sempre aperta. Nel 2001, finalmente, una nuova svolta. Sul giornale “La Repubblica” vengono pubblicate le dichiarazioni del pentito Francesco Di Carlo, ex padrino di Altofonte, ai magistrati: “De Mauro è stato ucciso perché sapeva del golpe. Lo seppellimmo alla foce dell’Oreto”. Tali dichiarazioni sono similari a quelle fatte qualche anno prima dal pentito Gaspare Mutolo, ma allora venne vagliato senza trovare risconti. Anche per questo la Procura di Palermo sobbalza ed immediatamente chiede al gip la riapertura dell’inchiesta, soprattutto alla luce delle nuove dichiarazioni dell’ex boss di Altofonte. Durante le indagini preliminari vengono rispolverati tutti gli atti riguardanti la scomparsa del giornalista. Dalla Procura di Pavia vengono inviate le carte sul caso Enrico Mattei, presidente dell’Eni, sulla cui morte stava indagando lo stesso De Mauro nel lontano 1970. Vengono così ripercorse tutte le tappe che segnarono le prime indagini degli anni successivi a quel 16 settembre e rianalizzate le tre piste che portavano ai già citati “Caso Mattei” e “Golpe Borghese” oltre al traffico di droga. Su quest’ultima nel 1970 indagò soprattutto il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa convinto che De Mauro avesse scoperto i luoghi dove cocaina ed eroina sbarcavano e ripartivano verso altri lidi, dato che in passato lo stesso giornalista aveva scritto più volte sul tema. Nel giugno del 2005 l’inchiesta su uno dei primi delitti eccellenti di Palermo viene conclusa con la richiesta, da parte dei pm Antonio Ingroia e Gioacchino Natoli, di rinvio a giudizio per Totò Riina, al tempo al vertice di Cosa Nostra come sostituto di Luciano Liggio, congiuntamente a Gaetano Badalamenti e Stefano Bontade, entrambi morti. Era l’epoca del famoso triunvirato.

Il processo
Martedì 4 Aprile 2006 si è aperto il processo d’innanzi alla Corte d’Assise di Palermo presieduta da Giancarlo Trizzino che è tutt’oggi in fase di dibattimento. Imputato unico Totò Riina, difeso dagli avvocati Luca Cianferoni e Riccardo Donzelli. Dall’altra parte l’accusa, rappresentata dal pm Antonio Ingroia, le parti civili (famiglia e quotidiano “l’Ora”) rappresentate dall’avvocato Francesco Crescimanno, e la Provincia di Palermo rappresentata dall’avvocato Concetta Pillitteri. E’ toccato proprio ad Ingroia esporre il filone d’indagine che condurrà il processo di questo “giallo senza soluzione”. Il sequestro e l’omicidio di Mauro De Mauro si colloca in un periodo storico di grande fermento segnato da due particolari eventi come il tentativo di colpo di Stato (Golpe Borghese) e la morte di Enrico Mattei. “L’eliminazione di De Mauro faceva gola non solo a Cosa nostra” ha detto Ingroia. Un riferimento ai burattinai senza nome e senza volto che favorirono i depistaggi  nel corso delle indagini. Poi il pm ha evidenziato come il boss corleonese Riina, fosse sì in cabina di regia, ma non l’unico a dirigere determinati eventi dato che c’erano dietro interessi precisi “della destra eversivo - golpista, della massoneria deviata, oltre a quelli della finanza, dell’economia e della politica corrotta”. Nessun dubbio per Ingroia sul fatto che De Mauro sia stato sequestrato e ucciso per le sue inchieste giornalistiche, quelle già archiviate o che avrebbe potuto ancora scrivere. Rivolgendosi alla corte, ha poi aggiunto: “Finalmente siamo giunti all’apertura di questo dibattimento, finalmente ci siamo. Nel rappresentare qui l’accusa provo orgoglio e emozione ma anche amarezza e malinconia perché sfogliando le carte ingiallite di questo processo vedo che tanti testi non sono più tra noi, come la figlia di De Mauro, Junia, il vicequestore Boris Giuliano e il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che con passione indagarono su questa vicenda, e un intellettuale come Leonardo Sciascia. Amarezza perché siamo arrivati troppo tardi e con un solo imputato: Totò Riina”.

Aaron Pettinari
(tratto da Antimafia Duemila)


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