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Dignità precaria

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SIAMO liberi, finalmente qualcuno di noi può attingere all'eclatanza: sfilare in mutande, fare etimologicamente la fame, mettersi la catena addosso, bloccarsi come una bicicletta dimenticata davanti al proprio provveditorato. Io per nostalgia professionale mi appello ancora alla parola. E ce sono molte che mi vengono in mente, tipo quelle dei miei studenti: "Ciao! -scusi prof.- Buon giorno!" Così era la confidenza accogliente di uno o più alunni che non vedevano in te, donna sulla trentina, un ostacolo, ma forse, una complice della vita scolastica.

In un anno di insegnamento c'era tutto il tempo per trasformare quell'empatia in una risorsa, magari, in una conquista intellettuale. Altre volte, lo confesso, si poteva perdere la partita, rischiare la loro impertinenza e un goal doloroso nella tua biografia educativa. Rientrava e rientra nel gioco. Il sapere lo è.

Creare le premesse di una domanda è la più divertente delle regole didattiche. Quindi una seconda parola è appunto divertimento, gioco, mettersi in gioco. Non si può del tutto affrontare questo mestiere senza impugnare, prima della penna rossa, gomma e matita: passare al vaglio quei contributi piccoli o grandi che un tuo studente ti può dare, ridefinendoti, già... facendo di te una persona migliore. "Prof. avrà trovato almeno qualcosa di buono nel mio tema?". Rendo mia la frase riportata con ammirazione da una collega. Quel ragazzo ha ragione; anche nella disfatta apparente serve l'indizio di una vittoria futura.

Ancora mi viene in mente la parola entusiasmo, un precario ha romanticamente entusiasmo, è un ciottolo di vetro grezzo capace ugualmente di brillare e tagliare, non ancora arrotondato dal mare delle abitudini. Ecco perché servirebbe tanto che l'iter di un insegnante non fosse un lungo rettifilo, ma un percorso diversificabile, per concedere di trovare stimoli con un anno come bibliotecario, archivista, assistente museale, coordinatore di guide territoriali o che altro, in stretta correlazione con un'attività di tipo cognitivo.


Segue, perché no, la parola stanchezza, infatti tra le mura di classi difficili le 18 ore della cattedra si scontano tutte con una sorta di ascesi interiore. E la stanchezza di questo lavoro non si misura nella somma che si fa con le altre ore di impegni collegiali, di classe, o quelli conseguenti gli interessi personali nei corsi di aggiornamento, piuttosto nella scommessa implicita. Quel gioco delle parti in cui si prova ad addomesticare al sapere e alla semplice convivenza tra elementi diversi che ti rispettano perché si è riusciti ad affermare almeno un gradino di stima.

Un'altra parola, la più difficile di tutte, è senz'altro arrivederci. La si pronuncia immancabilmente assieme alla frase di circostanza "Non sono di ruolo, il prossimo anno insegnerò altrove. Mi dispiace". Da sempre almeno un genitore ti richiama al pegno emotivo di questo abbandono e la sua rabbia è anche la tua. Ogni interruzione di continuità didattica è un trauma per l'insegnante che non vede maturare tutte le premesse del suo lavoro e per gli studenti che con un nuovo docente devono calarsi in un metodo diverso.

Il ministro Gelmini poco gentilmente ci definisce: "Piaga", forse è così, ma siamo una piaga che sanguina di promesse infrante. Io che appartengo al precariato delle scuole di specializzazione dell'insegnamento, le famigerate SISS istituite dal ministro Moratti, mi sento doppiamente beffata da un licenziamento che cerca di improvvisare ammortizzatori sociali di tampone, senza accontentare la promessa e il diritto al lavoro, alla crescita personale, perché solo insegnando si impara a insegnare.

Claudia Maga, docente di Lettere. Ha insegnato alla Scuola media Plana di Voghera (Pv) e alla Scuola media Giulietti di Santa Giuletta (Pv)

da Repubblica.it del 5 settembre 2009


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