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Le cimici della Dia

I servizi segreti e i soldi
Labisi, tutte le intercettazioni

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Gli investigatori definiscono la clinica Lucia Mangano "il bancomat" della famiglia Labisi.

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CATANIA - Il sistema sarebbe stato ben rodato.
Giuseppe Cardì e Gaetano Consiglio avrebbero messo a disposizione le loro buste paga, nelle quali sarebbero state inserite voci di costo necessarie per giustificare le uscite indebite dall'istituto "Lucia Mangano" e quindi procurare un ingiusto profitto a Corrado Labisi, presidente del Cda della struttura. Così si legge nei capi di imputazione dell'ordinanza di custodia cautelare, firmata dal presidente dell'ufficio Gip Nunzio Sarpietro, eseguita ieri dalla Dia di Catania (LEGGI). Il Gip ha disposto gli arresti in carcere per Labisi e i domiciliari per gli altri quattro indagati, la moglie Maria Gallo, la figlia Francesca e i due dipendenti Cardì e Consiglio.

La struttura sarebbe diventata - è scritto nero su bianco negli atti della magistratura - il "bancomat" della famiglia Labisi. "Denaro necessario - si legge nell'ordinanza - alle spese personali del Labisi, della moglie e della figlia, le quali pur non lavorando, o facendo finta di lavorare, percepivano lucrosi compensi mensili, conducendo anche una vita lussuosa". Dalle indagini sarebbero emersi viaggi in Costa D'Avorio per l'acquisto di diamanti, "di cui però nulla si sa". Nel frattempo nell'istituto di cura è stato creato un "buco" di 10 milioni di euro. Ed è infatti sull'orlo del fallimento, peraltro - lo mette ben in evidenza il Gip - già avanzato dal Pm al Tribunale Fallimentare. In gioco il "pane" di 180 persone.

Ad inguaiare il "gran maestro" Labisi (LEGGI PROFILO), da ieri in una cella di piazza Lanza, sono anche diverse intercettazioni. Il presidente della casa di cura "Lucia Mangano" il 14 ottobre 2017 parla con Giuseppe Firringieli, "già dipendente del Ministero della Difesa" (non indagato) e racconta di una presunta visita di un "esponente dei Servizi Segreti" che sarebbe pronto a far "saltare alcune teste".

Labisi: Ti ho richiamato perché praticamente, tu ce l’hai un altro libro di “Noi italiani voi siciliani”?

Dipendente Ministero: Sì lo dovrei avere sì

Labisi: E … perché è venuto a trovarmi, è venuto con la macchina, perché ha saputo una cosa su di me e deve capire che sporcizia che mi stanno facendo… c’è stato un tuo capo dei Servizi Segreti e del quale ti conosce… non ti faccio il nome per telefono

Dipendente Ministero: Ah, ho capito

Labisi: Lui è venuto appositamente con la macchina perché ha saputo questa schifezza… che mi hanno fatto una denuncia etc etc. Dice: dobbiamo capire a 360 gradi se c’è qualcuno che deve pagare perché questa è la schifezza fatta a uno che si batte per la legalità… è vicino a noi, che fai operazioni con il Mossad (inc.), vediamo a chi dobbiamo far saltare la testa…

Dipendente Ministero: Certo…

Ma non è solo Labisi a parlare troppo. Anche i suoi dipendenti, Cardì e Consiglio hanno la bocca larga. E sono sempre loro, in una precisa intercettazione, a definirlo un "pazzo".

Consiglio: “ziu” Pippo, parliamo ora di cose concrete… ma di cosa stiamo parlando. No dico se lì in un buco “si ammucca” 4 - 500 mila euro l’anno, che si “ammucca”, ‘mpare stiamo parlando se li “ammucca fora via”. Minchia siamo nelle mani di un pazzo, come “spacchiu” può finire una cosa che è nelle mani di un pazzo, io non lo capisco

Cardì: Certo ‘mpare, io non vorrei

Consiglio: Certe volte ci penso e dico, ma una cosa che è nelle mani di un pazzo come può finire…

Il Gip Sarpietro è lapidario nei confronti dell'indagato Corrado Labisi. Lo definisce un soggetto "socialmente pericoloso e in grado di inquinare le prove, anche attraverso le "conoscenze" importanti, vanificando l'azione della Pubblica Accusa, inoltre ha palesato - scrive ancora il giudice - un livello di intensità del dolo in maniera veramente rilevante, che lo connota in forma veramente negativa, soprattutto perché la sua azione criminale ha interessato e pregiudicato il settore dell'assistenza ai bisognosi, con totale sprezzo delle classi meno abbienti". Ma a puntare il dito contro Labisi sono tre congiunti: la sorella e le nipoti (che sono state "allontanate" dalla "Lucia Mangano"). Ai magistrati hanno raccontato i tratti salienti di "una gestione illecita dell'istituto" e hanno accusato Corrado Labisi di essere da anni autore di una serie di "appropriazioni indebite di rilevanti somme di denaro". "Dichiarazioni pienamente credibili perché riscontrate da elementi oggettivi", scrive il Gip. E a rincarare la dose anche due ex addetti alla contabilità che nel 2016 si sono dimessi. Il quadro accusatorio, poi, si completa dalla consulenza tecnica contabile, redatta dai professionisti nominati dal pm che "hanno quantificato" l'ammontare delle appropriazioni indebite. Si parla di circa un milione e 800 mila euro.

Giuseppe Cardì, dipendente della struttura, pare consapevole che qualcosa nei movimenti di denaro all'interno della casa di cura "Lucia Mangano" non quadra. 

"Questi soldi non possono risultare, li deve fare sparire", dice in una delle intercettazioni parlando con l'altro indagato Gaetano Consiglio.

Cardì poi sente che sta per succedere qualcosa. "Li beccano compare, li beccano", dice ancora rivolgendosi a Consiglio.

Mai frase fu più profetica, visto quanto è accaduto ieri con l'operazione condotta dalla Direzione Investigativa Antimafia di Catania, diretta da Renato Panvino, sotto il coordinamento del procuratore Carmelo Zuccaro e del sostituto Fabio Regolo. In queste ore termineranno gli interrogatori di garanzia dei cinque indagati davanti al Gip. L'indagine potrebbe avere ulteriori sviluppi.

 


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