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L'INTERVISTA

Il Pd, le amministrative, gli alleati
Napoli: “Non temiamo Pogliese”

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Il segretario provinciale ne ha per tutti: da Cardinale a Stancanelli passando per i compagni di partito troppo litigiosi.

 

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CATANIA – Si è definito un “casco blu” per le continue operazioni di mediazione nell’insidioso campo minato del partito catanese. Amato (poco) e odiato (parecchio) a fasi alterne dalle diverse anime del Pd, Enzo Napoli fa il punto dopo la batosta del 4 marzo. Il segretario provinciale dei dem affronta i nodi riguardanti il partito, le lotte intestine, il rapporto contraddittorio con Sicilia Futura e l’imminente sfida delle amministrative del 10 giugno. E non le manda a dire.

Segretario, proviamo a rompere il ghiaccio: il Pd esce decisamente ridimensionato dal voto del 4 marzo. Che cosa avete sbagliato?

Credo che le ragioni della sconfitta del 4 marzo non siano riconducibili a questioni che riguardano il territorio catanese, anche perché il nostro risultato non è diverso dal dato, purtroppo negativo, che c’è stato in Sicilia, nel Mezzogiorno e nel resto del Paese. Anche Catania non è riuscita ad avere un dato in controtendenza con quello nazionale.

Cosa ha contribuito alla sconfitta?

Credo che abbiano pesato, in maniera decisiva, gli effetti di una crisi economica che dura da parecchio tempo e che ha spezzato il legame tra la sinistra nel suo complesso (non solo il Pd) e i ceti popolari che si sono trovati esposti alla crisi economica e che hanno cercato e trovato in altre forze politiche, destra e Cinquestelle, l’illusione che potesse esserci lì una sorta di garanzia rispetto alle sicurezze che la crisi aveva messo in discussione. E’ una questione antica, purtroppo, e non riguarda soltanto la sinistra italiana. Ovviamente le responsabilità del Pd sono state quelle di non avere interpretato bene il ruolo che compete a una forza progressista: la tutela dei più deboli. Di questo si dovrà discutere parecchio e mi auguro che il congresso sia una sede di discussione vera e non solo una conta tra le componenti interne.

Quanto ha pesato in Sicilia, nel merito e nel metodo, la compilazione delle liste?

In Sicilia, più che nel resto d’Italia, penso abbia inciso la sconfitta delle regionali che ha segnato un arretramento del Partito Democratico (non in termini di percentuale, mi riferisco al campo del centrosinistra). Ma è chiaro che il centrosinistra si è sfaldato sull’esperienza di un governo che non è stato alle altezze delle aspettative in Sicilia. Anche la composizione delle liste non ha aiutato. Sicuramente potevano essere fatte scelte che tenevano in maggior conto le diverse componenti, ma questo è solo uno degli elementi non quello determinante. Se fossero state compilate liste con un po’ più di equilibrio tra le varie aree del partito probabilmente avremmo avuto qualche piccolo risultato in più, ma credo che l’ondata negativa che ha caratterizzato il risultato nazionale sarebbe comunque arrivata. Purtroppo.

 Adesso si aspetta il 10 giugno. Quanto temete il centrodestra compatto sul nome di Salvo Pogliese?

Il tema non è temere il centrodestra anche perché in questi cinque anni il governo della città di Catania è stato all’altezza in termini di risorse per le infrastrutture, per rilanciare l’immagine della città e risanare il bilancio. Ovviamente il quadro politico nazionale influisce. La cosa che mi sorprende e mi preoccupa è perché il centrodestra candidi a sindaco di Catania una personalità che rischia di decadere, in caso di condanna definitiva, a causa di un processo per peculato. Probabilmente l’unità del centrodestra su un altro nome ci avrebbe preoccupati maggiormente. Questa scelta, considerato che il Pd ha governato bene, ci preoccupa, ma non eccessivamente.

Che ruolo si ritaglierà il Pd in una possibile giunta Bianco bis? In questi anni quanto è stato presente il partito? E’ stato un po’ uno spettatore?

Sicuramente la presenza di assessori come Angelo Villari e Saro D’Agata, chiaramente riconducibili al Pd, ma anche dello stesso Bianco ha segnato un rapporto di collaborazione tra il partito e l’amministrazione. Fermo restando che per la personalità di Bianco e per le sue capacità in questi anni le scelte che ha compiuto per gli assessori non sono state improntate secondo una logica di partito, ma di competenze. Sugli equilibri futuri non siamo interessati a discutere il numero degli assessori, pensiamo che il sindaco abbia la capacità di discernere e valutare quali siano le scelte che garantiscano politicamente la maggioranza, ma anche la qualità degli assessori e del loro lavoro.

 Rinunciare al simbolo sembrerebbe abdicare al proprio un ruolo. Oppure, no?

Il Partito Democratico non rinuncia al simbolo perché non è presente alle elezioni. Presenteremo più liste riconducibili all’area del Partito democratico. Se ci sono più liste riconducibili al Pd ma aperte alla società civile, alle professioni, al volontariato, la connotazione specifica ci sembra secondaria rispetto a un progetto che riguarda il futuro della città. La priorità non è contare i voti del Pd, ma assicurare che il lavoro fatto in questi anni non venga interrotto. Anche perché la squadra che accompagna Pogliese è sostanzialmente la stessa che ha governato con Stancanelli. E l’amministrazione Stancanelli ha consegnato una città in condizioni assolutamente disastrate, sia dal punto di vista finanziario sia dal punto di vista progettuale. Ora, probabilmente i cittadini soffrono di memoria corta, ma cinque anni fa era in condizioni molto peggiori e non erano in cantiere una serie di opere di investimenti che nei prossimi anni contribuiranno allo sviluppo della città.

 

Eppure, la maggioranza sembra perdere pezzi. Penso agli alleati di Sicilia Futura

Non è accettabile che un movimento come Sicilia Futura, che ha avuto candidature di rilievo alle ultime politiche nel Pd, scelga il centrodestra in una realtà importante e significativa come la città di Catania. Dovrà rispondere il suo leader, Totò Cardinale, e chi gli ha dato spazio in questi anni, anche nel Pd regionale e nazionale, consentendendogli un disinvolto ed opportunistico gioco a tutto campo.

In provincia si riproporrà il nodo dell’unità e del simbolo. Che cosa intendete fare?

Il mio auspicio sarebbe che la stessa unità e la stessa compattezza che stiamo esprimendo a Catania ci fosse anche negli altri comuni. Devo purtroppo registrare con un briciolo di amarezza che talvolta le dinamiche locali e le contrapposizioni, spesso legate a questioni interne ai singoli comuni che vanno al voto, ci stanno impedendo di essere uniti ovunque. Ma il problema non riguarda solo il Pd, ma anche le forze del centrodestra perché ovviamente le elezioni amministrative hanno caratteristiche particolari mentre nelle grandi città le dinamiche politiche sono più lineari.

Passiamo al partito.  Finalmente siete tornati a riunirvi. Non sono un po’ troppi due anni di mancata convocazione della direzione provinciale?

So che il principale rilievo che mi è stato mosso è quello di aver convocato poco la direzione provinciale. Ne abbiamo discusso anche in occasione delle ultime riunioni: ho avuto modo di spiegare, assumendomene tutta la responsabilità, che la direzione provinciale è un organismo chiamato a fare sintesi e scegliere. In più occasioni ho ritenuto che, convoncandola, le divisioni di sarebbero acuite e che comunque non saremmo stati nella condizioni di compiere scelte chiare, vincolanti e conducenti. In questi anni, ho sempre cercato di comporre ed unire, mai di dividere, riuscendovi talvolta e altre invece (forse troppo spesso) no. Vorrei che ciascuno di noi si interrogasse, piuttosto che puntare il dito, in quante occasioni abbiamo alimentato polemiche sterili e certamente dannose.

Qualcuno la accusa di non essere più un segretario di garanzia? E’ così?

Chi mi accusa di non essere di garanzia, preferirebbe che fossi di parte, dalla sua probabilmente. Così non è e lo dimostra il fatto che in questi anni ho avuto modo di non essere d'accordo, a turno, con le diverse componenti interne. Ho sempre scelto quello che ritenevo più giusto per il Pd, non per questa o quell'area. Non ho mai obbedito a nessun capocorrente e mi sono sempre confrontato con tutti. È davvero paradossale che mi si chieda imparzialità e si pratichi poi faziosità. Il mio compito sarebbe stato molto meno gravoso, in questo anni, se avessi avuto un aiuto maggiore nell'unire il partito.

 

Quanto pesano le lotte intestine sul morale dei militanti?

Pesano molto, sarebbe stupido non ammetterlo. Sono in tanti, tra iscritti e militanti, che preferirebbero un partito meno condizionato dalle logiche delle aree interne, capace di esprimere maggiore armonia. Il problema non è il pluralismo, che dovrebbe essere una risorsa, ma chi lo vive come una competizione continua e rissosa.

Le dimissioni a raffica arrivate in campagna elettorale sono sintomatiche di un disagio profondo o le ha lette come una sorta di ripicca per questioni di correnti?

Ho rispetto per chi ha scelto di manifestare il proprio disagio con le dimissioni. Non condivido le dimissioni, ma rispetto il disagio. Certo, per la mia idea di politica e di partito, io non compierei mai un gesto simile con l'intento di provocare qualche danno, soprattutto in un momento particolare e delicato come l'ultima campagna elettorale. Fra poco ci sarà il congresso provinciale e sarà quello il momento per confrontarsi, mi auguro con rispetto reciproco e serenità. Ho un impegno con me stesso e con tutti quelli che quotidianamente mi chiedono di non lasciare e la assicuro che sono la stragrande maggioranza. Nella mia idea di politica c'è la convinzione che bisogna sempre dimostrare di essere migliori degli altri, non convincersi, non sempre a ragione, che siano gli altri ad essere peggiori.

 

 

 


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