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Uno, nessuno, centomila
La crisi d’identità del Pd

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Esercizi di doroteismo ed equilibrismi di ogni sorta, a tratti, sembrano lasciare spazio a una discussione franca. 

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CATANIA – Uno, nessuno, centomila Pd: un partito in crisi d’identità cerca di ripartire dopo la Caporetto delle politiche. Il secondo atto della direzione provinciale dei dem richiama alla mente una sorta di grande gruppo di autocoscienza in cui militanti e dirigenti tentano di individuare gli errori che hanno portato alla sconfitta. Pesa un po’ a tutte le latitudini (correntizie) la sospensione dell’assemblea nazionale prevista per sabato, un fatto che rende il quadro complessivo più incerto. Esercizi di doroteismo ed equilibrismi di ogni sorta, a tratti, sembrano lasciare spazio a una discussione franca. Certo è che ormai il partito etneo assomiglia a un campo minato e il richiamo di una vicenda dal palco può evocare cicatrici e lotte fratricide, per cui è meglio stare accorti. Dall’abbandono delle periferie all’allontanamento dal mondo del lavoro passando per i corpi intermedi marginalizzati: il canovaccio di militanti e dirigenti racconta di un partito in crisi di identità. Il grido “esci partito dalle tue stanze” è prematuro, considerando che almeno il Pd è tornato a riunirsi. Un passo alla volta, insomma. “Il paese reale è fuori da questa stanza”, sbotta Sonia Messina stanca di sentir parlare di quartieri “chi ha soppresso la delega alle periferie”. I problemi sono tanti e ben distribuiti su tutta la provincia. Si fa strada la matassa paternese che Napoli non può sbrogliare perché quando si andò al voto il partito era spalmato su tre candidati diversi. Qualcuno in sala storce il naso per l’assenza del duo Sudano-Sammartino.

Qualcun altro non si stupisce troppo del via via che si registra nelle stesse ore nella loro segreteria a pochi passi dalla sala. Si lavora di buona lena alle liste lì, altrove la strada sembrerebbe in salita. Il deputato regionale Anthony Barbagallo scruta tutti silenzioso e per motivi di tempo non riesce ad intervenire. Lo fanno invece Concetta Raia e Giovanni Burtone. I due si cimentano in una sorta di duello a distanza. L’analisi dell’ex deputata regionale è impietosa: “un partito che non emoziona più”. Per Raia l’ultima “débâcle" è la sommatoria di una serie di sconfitte attribuibili a Renzi e al suo gruppo dirigente. Il campionario è assai vario e va dalle politiche del lavoro alla gestione (non gestione) del partito. Non manca l’affondo al senatore Davide Faraone che sabato ha riunito i renziani del “campo nuovo”. Una mossa che qualcuno leggerebbe come anticipazione dei venti macroniani che soffiano sul Pd in area Renzi. “Nuovo campo vuol dire acquisire ceto politico di centrodestra? O vogliamo piuttosto tornare a parlare finalmente di ammortizzatori sociali?”.  L’ex deputata ammette l’esistenza “di due partiti all’interno del Pd, due rette parallele destinate a non incrociarsi” e riaccende la polemiche sulla formazione delle liste che tenevano dentro soltanto “chi apparteneva alla cerchia giusta”.  Burtone non ci sta a processare il renzismo  e invita a redistribuire le responsabilità della sconfitta tra chi “ha gestito il partito per anni”. L’ex deputato fa anche un nome: Antonello Cracolici. Nel frattempo il tempo scorre e il segretario invita i presenti a continuare in un’altra occasione la discussione. Ci sarà una direzione ter. In chiusura il segretario Napoli ammette che da solo non può sbrogliare le innumerevoli matasse e che non basterà probabilmente la rimozione di un segretario (nazionale, regionale o provinciale). C’è una comunità politica sbrindellata da rimettere insieme. Se il partito regge, ovviamente.


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