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L'intervista

Tra coscienza e inchiostro
Il romanzo di Giorgio De Luca

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L'autore de "La Vera Storia di Dubliner Lurk” si racconta. Senza filtri.

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CATANIA - Trasmette serenità. Giorgio De Luca cadenza ogni parola e si scopre, petalo dopo petalo senza lasciare granelli di polvere. Domani presenterà il suo romanzo "La Vera Storia di Dubliner Lurk” (AlGra Editore) al Palazzo della Cultura di Catania. Un libro che scuote, pugnala e poi rimette in ordine. Dub, il protagonista di questo viaggio d’inchiostro fatto di un innovativo modello stilistico e narrativo, decide di superare il desiderio del suicidio e di inabissarsi nell’autodistruzione per conoscere l’essenza del dolore e rinascere. Un uomo nuovo. E tra le pieghe di questo romanzo, uno dei tanti che Giorgio De Luca ha preso dal cassetto, si intravede l’antropologo, lo studioso, il filosofo. Mentre risponde alle domande, Giorgio parla oltre la voce, oltre gli occhi. Il suo viso è uno specchio della sua anima. Perché Giorgio ha deciso di far diventare il suo corpo una tela dove dipingere i tratti del suo “io interiore”. Il suo libro porta alla scoperta di un “inopinato sé”.

In ogni romanzo lo scrittore lascia una traccia di sé, se non della sua vita ma almeno della sua anima. C’è un po’ di Giorgio De Luca in questa pubblicazione?

C’è moltissimo. Ci sono tanti aspetti anche biografici. L’unica finzione sono gli strumenti che vengono usati dal protagonista, una sorta di alter ego dello scrittore, per seguire il suo percorso.

Nel romanzo si affronta il delicato tema del suicidio.

Quando scrivo nella sinossi "rivisitazione contemporanea del romanzo di formazione" è proprio questo: il percorso che si viene a creare a partire da una situazione altamente autodistruttiva che è il suicidio e la sublimazione grazie a un incontro con il sé interiore. Un confronto senza il quale sarebbe stato impossibile che questa storia e, devo dire buona parte della mia vita reale, avesse trovato poi uno sbocco di un certo tipo.

C’è un percorso interiore ma anche formativo che porta all’esigenza di mettere nero su bianco questa storia?

Sì. C’è sia un percorso formativo che è quello degli studi che hanno a che fare con la filosofia e l’antropologia, con lo studio in generale dell’ampliamento della coscienza. Poi con dei percorsi specifici che da me sono stati seguiti nel corso del tempo e che mi hanno concesso letteralmente il privilegio di poter accedere a stadi della coscienza un po’ meno comuni. Piani esistenziali diversi: certe visioni e immaginazioni che sono in realtà più vicini a noi di quello che può sembrare. Queste sono diventate oggetto di analisi, di discussione, di confronto e anche di crescita personale. Il mio romanzo si è fermato quando ho smesso di scriverlo, poi tutto il resto è venuto in una maniera accessoria, ma sicuramente gradita.

Il lettore ideale di questo romanzo?

Probabilmente non c’è. Dipende dall’approccio. Non posso dire che sia un romanzo semplice. È comunque un romanzo che richiede la volontà di mettersi in discussione. Attraverso l’esperienza reale o fittizia di chi scrive. Per cui dovremmo capire quanti sono pronti a questo confronto con se stessi.


Catania è pronta?

Catania è pronta.


Ha altri libri nel cassetto?

Sì. Ho anche alcuni saggi legati alla mia espressione corporea che è abbastanza evidente, io credo. Ho due romanzi, un saggio psicosociale sul tatuaggio, un saggio sulla comunicazione, e altri lavori. Si scrive per non morire.


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