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Cosa nostra si fa impresa

I segreti del nuovo patto della mafia
Santapaola e affari imprenditoriali

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Mentre a Catania la droga delinea i confini militari, nel calatino si chiudono accordi economici.

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CATANIA - Catania al centro degli equilibri di Cosa nostra.
Quella etnea è una mafia in mutamento, capace di regolamentarsi e adeguarsi alle regole del mercato. Un apparato militare che garantisce forza e potere criminale nelle città. La capacità di incutere timore e intimidazione è la chiave di volta per entrare nei circuiti economici. E mentre a Catania e nell'hinterland i fortini dello spaccio permettono di delineare il controllo del territorio, nelle lande calatine si chiudono affari imprenditoriali e finanziari. I dialoghi sono accesi, forsennati, intensi. I mandamenti palermitani e agrigentini conversano e stringono accordi con i capi delle famiglie catanesi. E quando parliamo di Catania si parla della cosca Santapaola. Quando manca il padrino, Nitto Santapaola, serve credibilità criminale per continuare e dialogare con la cupola. E per questo si rafforzano i rapporti con la famiglia di Caltagirone, ancor più antica di quella catanese, e quindi con Ciccio La Rocca, capomafia indiscusso.

Un’alleanza criminale che già nel 2005 è ricostruita nei faldoni dell’inchiesta Dionisio e si replica in modo speculare nelle carte dell’indagine Iblis e nella recentissima Kronos. Il nome di un’inchiesta che finisce anche nei verbali, freschissimi, dell’ultimo boss che ha deciso di saltare il fosso e vuotare il sacco. Il favarese Giuseppe Quaranta ha raccontato ai magistrati i suoi rapporti stabili con i mafiosi di Catania e in particolare con Salvatore Seminara, l’erede di Francesco La Rocca. Lo zio Turi aveva il rango e il prestigio criminale per discutere con Franco Amantea, il padrino di Paternò (cittadina etnea) e vice del boss di Catania Francesco Santapaola (figlio di Coluccio e cugino di secondo grado del capomafia Nitto). Si parla di appalti, di porti, di infrastrutture, di funzionari da chiamare, di bandi di gara da monitorare. Pare non esserci settore economico dove Cosa nostra non voglia infiltrarsi.

I giochi però si rompono, ma la regia direttiva è già pronta. Quando i vertici finiscono in manette nell’operazione Kronos (aprile 2016) il baricentro criminale si sposta su Marcello Magrì. Nel blitz del mandamento della Montagna di Agrigento, dello scorso mese, è immortalato minuto per minuto il viaggio di alcuni boss agrigentini dalla città dei templi alle falde dell’Etna per discutere di alcune ‘messe a posto’ con imprese catanesi. Una visita che riempie un capitolo dell’informativa dei Ros nell’ambito dell’inchiesta Kronos, la stessa indagine che porterà in manette anche Marcello Magrì. Al suo posto, secondo gli investigatori e come emerge dall’ultima inchiesta Chaos, sarebbe subentrato il delfino degli Ercolano Antonio Tomaselli. Regolatore di faide intestine, moderatore di fibrillazioni con clan rivali, boss dal forte carisma. Un mafioso che pensa non solo da criminale ma anche da imprenditore. Emulando forse la figura di Nitto Santapaola. Anche con la sua reggenza la famiglia di Cosa nostra catanese si sarebbe infiltrata in diversi settori economici, senza però tralasciare il ruolo strategico dei fortini dello spaccio. Da Lentini a Catania. Tomaselli pare sapere bene che i soldi facili della droga aiutano ad arricchire le casse della cosca criminale, che servono anche a garantire il mantenimento delle famiglie mafiose. Un obbligo che nasce con il battesimo di ogni mafioso.

I Santapaola sono stati schiacciati dalle ultime indagini. Ma resta la famiglia egemone, militarmente e finanziariamente. Nonostante nella storia recente ci sono stati due tentativi, falliti miseramente, di poterli surclassare. Prima con i Mazzei e poi con i Cappello-Bonaccorsi. Queste due famiglie mafiose, anche se la seconda non appartiene a Cosa nostra, hanno compreso che non sono più le pistole fumanti a muovere potere criminale, ma il controllo dell’economia. Le ultime inchieste hanno mostrato come i Mazzei hanno speculato attraverso i locali e la movida (processo Scarface, ndr), mentre i Cappello hanno investito nel settore dei rifiuti. L'imprenditore Giuseppe Guglielmino, coinvolto nel blitz Penelope, al telefono dice chiaramente: "Io sono Cappello".


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