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Cosa nostra e le relazioni pericolose
Il summit "intercettato" a Catania


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L'inchiesta sul "Mandamento della Montagna" si incrocia con l'operazione "Kronos" di Catania. Ed emergono chiaramente i contatti tra i due vertici.

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CATANIA - Un’unica regia criminale di Cosa nostra. Con Catania che ha un posto d’onore negli assetti mafiosi regionali. I boss catanesi dialogano, anzi continuano a dialogare, con i capi mandamento di Palermo e della Sicilia occidentale. Due indagini che si incastrano (le inchieste sul “Mandamento della Montagna” di Agrigento e “Kronos” di Catania) permettono di allargare la lente di ingrandimento sulle dinamiche criminali della mafia siciliana. Un puzzle che piano piano prende forma e che si poggia su uno scacchiere unitario a livello regionale. O per usare le parole del Gip di Palermo Filippo Serio, che ha firmato l’ordinanza che ha raso al suolo la cupola agrigentina, “l’attività investigativa ha consentito di ricostruire frequenti e stretti rapporti tra esponenti mafiosi della provincia di Agrigento ed i componenti di famiglie mafiose operanti in altri territori tra cui Palermo, Caltanissetta, Enna, Trapani, Catania e Ragusa, confermando ancora una volta la struttura unitaria della organizzazione mafiosa Cosa Nostra”.

I carabinieri di Agrigento riescono a immortalare una riunione a Catania per discutere di “messe a posto” che si sarebbe verificata il 9 febbraio 2016. Ma manca un tassello: i nomi dei boss catanesi che si sarebbero incontrati con i referenti dei mandamenti agrigentini e palermitani. L’informativa Kronos che porta all’arresto di Marcello Angelo Magrì, reggente dei Santapaola-Ercolano, a novembre 2016 potrebbe aiutare a completare il mosaico. Il summit che accomuna le due inchieste è di forte livello, soprattutto per i protagonisti criminali che si sono seduti attorno allo stesso tavolo. Parliamo di nomi di grande caratura mafiosa prevenienti dai vertici delle piramidi di Cosa nostra agrigentina e palermitana. Si prende il disturbo di salire in macchina e raggiungere le falde dell’Etna anche un capo mandamento. A rappresentare il “Mandamento della Montagna”, (così è battezzato il territorio della provincia agrigentina) sarebbero stati Calogerino Giambrone, referente della famiglia mafiosa di Cammarata, Domenico Maniscalco, della famiglia di Sciacca per il versante agrigentino, mentre a rappresentare Cosa nostra palermitana sarebbe stato il capo del mandamento di San Mauro Castelverde, Antonio Giovanni Maranto, che si sarebbe fatto scortare dal suo uomo di fiducia Santo Di Dio.

I carabinieri agrigentini ripercorrono anche a livello cronologico il viaggio da Agrigento a Catania. “Alle 07:55 della mattina - documentano gli inquirenti - Giambrone e Maniscalco si incontrano all’area di servizio Erg, ubicata ad Agrigento sulla SS640, ed insieme si mettono in viaggio per raggiungere Catania, a bordo di una Peugeot 308”. Dalle intercettazioni emerge la preoccupazione del boss di Cammarata che si informa con Maniscalco se abbia compiuto la “bonifica” del proprio veicolo (per verificare la presenza di cimici) “consapevole dei rischi che potrebbe comportare l’incontro al quale stanno andando”. Alle 9 circa i due imboccano l’autostrada A 19 in direzione Catania. Allo svincolo di Mulinello incontrano Maranto e Di Dio e proseguono verso l’Etna. “Dalle conversazioni intercettate in prossimità e subito dopo l’incontro - scrivono gli inquirenti - si evince come nel corso dello stesso sarebbe dovuta avvenire la formale presentazione con un personaggio” catanese e inoltre si sarebbe discusso della messa a posto di un'impresa del versante jonico impegnata in alcuni cantiere nel territorio di Sciacca. Già a dicembre 2015, due mesi prima dell’appuntamento, Maranto aveva chiesto a Giambrone del tempo per “prendere contatto con i riferenti del luogo” visto che le aziende nel mirino del mandamento erano di altre province, in particolare Catania e Messina.

Di questo incontro se ne parlerebbe anche nei faldoni del processo Kronos, il cui stralcio abbreviato si è chiuso con una raffica di condanne. “L'altro giorno sono venuti anche quelli di Palermo…”, diceva il 17 febbraio 2016 Salvatore Di Benedetto, uomo di vertice all’epoca - secondo gli investigatori - della famiglia del calatino guidata da Turi Seminara (erede del capomafia Ciccio La Rocca). Per i Ros non ci sono dubbi Di Benedetto si riferisce all’incontro del 9 febbraio 2016. E visto che coincide non solo la data rispetto all’incontro catanese emerso dalle oltre 1000 pagine dell’ordinanza di Agrigento, ma ci sono in comune anche i partecipanti del summit, potrebbe trattarsi proprio dello stesso incontro. Spetta alla magistratura accertarlo.

Il Ros è in grado di fornire una fotografia chiara di quella riunione mafiosa: quel giorno nel quartiere Pigno (nella zona sud di Catania) all'interno del bar Enzo, Giovanni Pappalardo, altro esponente del gruppo mafioso del calatino, ha incontrato Antonio Maranto (accompagnato da Santo Di Dio, e anche da Filippo Di Pisa), Giambrone, Maniscalco, i due ennesi Giuseppe Marotta e Gaetano Curatolo, e infine tra gli altri il palermitano Giuseppe Benigno. Ma non sarebbe stato l’unico appuntamento tra boss palermitani, agrigentini e catanesi organizzato attraverso i contatti della famiglia di Caltagirone, storicamente legata direttamente alla cupola di Cosa nostra. Il 17 dicembre 2015 ci sarebbe stato un altro vertice, sempre al bar Enzo del Pigno, che poi si sarebbe spostato in un autolavaggio di Zia Lisa e dopo in una gastronomia a pochi metri di distanza dove gli emissari palermitani avrebbero incontrato, tra gli altri, i boss Francesco Santapaola e Marcello Magrì. In tutta l’inchiesta - in verità - sono emersi “significativi momenti relazionali - scrivono nero su bianco gli investigatori del Ros - con esponenti di cosa nostra calatina e cosa nostra palermitana”.

 


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