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Santapaola, microspie del Ros
Incastrati i boss dei Nebrodi


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Ecco cosa è accaduto nell'udienza preliminare.

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CATANIA - Si aprirà il prossimo 31 gennaio, davanti al gup di Catania Pietro Currò, l'udienza preliminare per i tre imputati del procedimento scaturito dall'operazione Nebrodi che hanno chiesto di essere giudicati con rito ordinario. Si tratta di Roberto Calanni, Cristo Carmelo Lupica e Salvatore Catania, quest'ultimo ritenuto dalla Procura etnea il referente di Cosa nostra nei comuni di Bronte, Cesarò, Maniace e Randazzo. I pubblici ministeri Antonino Fanara e Fabio Saponara, titolari dell'inchiesta condotta dai Ros di Catania e dai carabinieri del Comando provinciale di Messina, chiederanno per loro il rinvio a giudizio. Contestate, a vario titolo, le accuse di associazione mafiosa ed estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Hanno invece chiesto ed ottenuto l'ammissione al rito abbreviato Giuseppe Corsaro, Giordano Antonino Galati, Giordano Luigi Galati, Salvo Germanà, Giovanni Pruiti e Carmelo Giacucco Triscari. Ammesse le costituzioni di parte civile delle persone offese e di alcune associazioni antiracket. Alla richiesta di queste ultime si era opposto il legale Michele Pansera, difensore di Giovanni Pruiti, che ha sottolineato come le stesse potessero avvalersi del diritto di intervento previsto e disciplinato dalla normativa, non essendo soggetti legittimati all'azione civile.

L'INCHIESTA. Erano disposti a tutto pur di mettere le mani sui terreni del Parco dei Nebrodi ed ottenere così i finanziamenti europei. L'introduzione del protocollo Antoci costringe la mafia a trovare nuovi metodi per aggirare le stringenti regole che impongono la presentazione di una certificazione antimafia, non più un'autocertificazione, per partecipare ai bandi per l'assegnazione dei terreni. Per questo le minacce e le violenze perpetrate nei confronti degli allevatori e degli imprenditori agricoli della zona erano ormai all'ordine del giorno. L'obiettivo era costringerli a cedere a prezzi stracciati i propri terreni. L'inchiesta della Dda di Catania rivela la spregiudicatezza con la quale gli indagati avrebbero agito, in alcuni casi uccidendo il bestiame ed in altri pestando le vittime di estorsione.

LE INTERCETTAZIONI DEL ROS. Il cuore dell’inchiesta “Nebrodi” sono le intercettazioni dei Ros. I carabinieri hanno monitorato in diretta gli affari e gli incontri nelle campagne del calatino del gotha dei Santapaola. In particolare le cimici seguono due personaggi (poi arrestati) della famiglia di Caltagirone, Salvatore Di Benedetto e Giovanni Papallardo che in diverse conversazioni parlano di “Turi Catania”.  I due parlano di un certo summit, che poi sarebbe saltato, a cui avrebbero partecipato i “capoccioni”, e tra questi c’era proprio il boss di Bronte. Inoltre il reggente della mafia del pistacchio avrebbe dovuto essere presente al vertice del 28 agosto del 2015 in cui si decidevano le sorti della cosca. Catania sarebbe stato presente a un incontro “per una messa a posto” di un imprenditore che operava nelle zone di Bronte. Il boss si sarebbe lamentato perché non avrebbe avuto la sua parte, in quanto la vittima avrebbe versato il pizzo direttamente a Turi Seminara, reggente della famiglia di Caltagirone. In realtà il calatino avrebbe spedito il dovuto a Catania, che però offeso lo avrebbe rispedito indietro. (“Hai capito quale è la storia? Bastardo che è! Si è rifiutato”). A questo punto i commenti sulla mancanza di rispetto al “vecchio” boss non mancano. “La colpa è di quel Turi Catania! Che spacchio fai queste mischiate? Perché un cristianu grande… non si possono permettere… non si possono permettere di dire certe cose!”. Catania si sarebbe lamentato addirittura con Francesco Santapaola (per il Ros il nuovo boss provinciale) delle scorrettezze di Seminara.

 

 


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