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Mafia, summit e vuoti di potere
I Cappello sfidano i Santapaola

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Ad un certo punto i Santapaola devono fare fronte comune per poter rispondere alla dichiarazione di guerra dei Cappello Carateddi.

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CATANIA - Le retate creano vuoti di potere all'interno della famiglia Santapaola-Ercolano e il clan decide di controllare le fibrillazioni e passa alla strategia della “diplomazia” invece che quella del sangue. Ma quando c’è da dare una lezione, non ci sono accordi che tengono. L’11 marzo del 2005 è stato ucciso Sebastiano Paratore: due colpi di pistola alla testa e poi bruciato. Paratore è un affiliato dei Santapaola del gruppo della Civita. Ad ucciderlo due uomini d’onore di Cosa nostra, condannati definitivamente a 30 anni, Carmelo Puglisi, detto Melo suggi, e Orazio Magrì. Paratore non avrebbe rispettato alcuni codici mafiosi e Melo suggi, boss di antico pelo, avrebbe decretato la sua morte. Stessa sorte nel 2007 tocca a un membro della famiglia di sangue: Angelo Santapaola e il suo luogotenente Nicola Sedici sono uccisi e poi bruciati. Il cugino del padrino Nitto, diventato un cane sciolto e senza controllo, è eliminato durante un incontro in un casolare di campagna. Nemmeno il suo cognome lo salva dalla morte. Diverse inchieste sono state aperte: Enzo Aiello è stato condannato. Gli altri sicari sono ancora sconosciuti, nonostante i racconti di alcuni pentiti.

Ad un certo punto i Santapaola devono fare fronte comune per poter rispondere alla dichiarazione di guerra dei Cappello Carateddi, guidati nel 2009 dai boss Sebastiano Lo Giudice e Orazio Privitera. La scia di morte inizia con l'uccisione di Raimondo Maugeri, uomo d'onore e referente dei Santapaola al Villaggio Sant'Agata. Un pezzo di storia della mafia a cui il mensile S in edicola ha dedicato uno speciale. Una faida sanguinaria che anche questa volta viene sventata da un blitz della Squadra Mobile di Catania. La retata Revenge assesta un colpo mortale alla cosca dei Cappello. In quel periodo Santo La Causa che aveva le redini del clan di Nitto Santapaola convoca un summit a Belpasso che però viene interrotto dai carabinieri che arrestano i boss della cupola di Cosa nostra catanese. Segue un momento di vuoto di potere che si riassetta con il triunvirato composto da Benedetto Cocimano, Daniele Nizza e Orazio Magrì. Questi ultimi due stanno affrontando il processo di primo grado per l’omicidio di Giuseppe Rizzotto, l’ex vertice del gruppo del Villaggio Sant’Agata dei Santapaola che secondo la ricostruzione dell’accusa e del racconto del pentito Fabrizio Nizza avrebbe pagato con la vita il tradimento e la vicinanza alla “corrente” degli Ercolano. Ancora una volta fratture interne. Una trappola mortale in un casolare di campagna, i colpi di pistola e poi il corpo seppellito.

Nel 2012 c’è un vero e proprio terremoto all’interno della mafia catanese: si pente Santo La Causa. A quel punto Orazio Magrì scappa e diventa latitante. Troppe le cose che l’ex reggente di Cosa nostra conosce. L’uomo d’onore è catturato in Romania dalla Squadra Mobile di Catania nel 2013. L’arresto avviene nella città di Curtea De Arges, a quasi 200 chilometri da Bucarest, dove il latitante sceglie di nascondersi.


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