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UN ANNO DI POLITICA

Dal Pd a Forza Italia, 2017
Così tutto è cambiato

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Tutti i fatti politici più rilevanti dell’anno che sta per volgere al termine.

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CATANIA - Un anno di assestamento in vista delle elezioni politiche. Il 2017 nasce sulle macerie del referendum del 4 dicembre con la brusca frenata del Pd a trazione renziana. Con percentuali bulgare la città etnea si afferma come una delle capitali del No (74,5%) e contribuisce a mettere in soffitta l’idea tracotante del partito pigliatutto. Il quadro cambia rapidamente e la corsa per le politiche, che sembravano imminenti, slitta di un anno. Nel frattempo i mesi passano e il partito catanese vive un lungo letargo che sottende una pace armata o meglio una guerra fredda tra i vari big. Fuoco sotto la cenere. L’unità di facciata scricchiola lungo tutto il corso dell’anno, di mediazione in mediazione, con picchi di litigiosità accentuati nei momenti più caldi, in prossimità dei vari appuntamenti elettorali che hanno scandito il 2017: le primarie di aprile, le amministrative di giugno e, infine, le regionali di novembre.

Tra i momenti salienti che hanno puntellato il 2017 ci sono sicuramente le primarie del Partito Democratico di fine aprile.  Le consultazioni registrano un aumento esponenziale dei partecipanti,   dato in controtendenza con il trend nazionale e, pur segnando la vittoria netta dei neo renziani, restituiscono uno dei risultati più significativi ottenuti dalla minoranza orlandiana. Ma le primarie sanciscono anche il peso degli ex Articolo 4 ormai a tutti gli effetti dentro il corpo del partito. Il dato è certificato anche dalle urne a novembre con l’affermazione di mister 32000 preferenze Luca Sammartino. E qui arriva la prima vera novità dell’anno che sta per finire: alle spalle di Sammartino si piazza l’ex assessore Anthony Barbagallo e, dopo due legislature, la corrente laburista Demosì (Raia, Villari) rimane fuori dall’Ars nonostante il bottino di voti non indifferente. Gli ex articolisti attendono di accedere alla stanza dei bottoni. Ma tra il dire e il fare ci sarà di mezzo il congresso provinciale (e regionale). L’anno che verrà sarà insomma foriero di chiarimenti soprattutto all’interno del partito con l’agognato congresso, previsto a ottobre ma rinviato (vista la concomitanza con le regionali) a data da destinarsi. Prima però ci sono le politiche del 4 marzo: la lotta per le candidature terrà banco per tutto il mese di gennaio. Le decisioni verranno prese nelle stanze romane e le variabili in campo saranno svariate e legate a vincoli di coalizione e di appartenenze correntizie. Il 2017 è stato anche l’anno degli addii e della scissione che ha dato vita a Mdp. L’emorragia di militanti è proseguita culminando con gli ultimi due casi eclatanti: il consigliere Niccolò Notarbartolo (approdato nel porto di Liberi e Uguali)  e  la segretaria della sezione Centro, Adele Palazzo.

Ma andiamo con ordine. La tornata delle amministrative di giugno, caratterizzata da un rimescolamento delle coalizioni non ha consentito un’analisi pienamente politica delle forze in campo con le principali eccezioni di Aci Catena (andata al centrodestra) e Militello (centrosinistra). Si è proceduto a briglie sciolte con il simbolo dem quasi assente e i vari big a pesarsi su fronti spesso e volentieri contrapposti e il centrodestra in frantumi un po’ ovunque. Un sapore diverso, alla luce di ciò che bolle in pentola, potrebbero avere le prossime amministrative di giugno che riguarderanno ben 22 comuni della provincia compreso quello di Catania. Il Movimento Cinquestelle, complice l’ostinazione a non allearsi, non centra l’obiettivo e non eleggere nemmeno un sindaco, ma vede crescere costantemente il proprio consenso con l’exploit finale delle regionali: il 26%. Portavoce e militanti nel frattempo lavorano sottotraccia provando ad annodare i fili di una struttura più solida in termini di radicamento territoriale, vero tallone d’Achille del movimento che comunque è in crescita.

Ma il 2017 è stato soprattutto l’anno del redivivo centrodestra, con la ricomposizione prima e la rinascita poi. La quadra è raggiunta in vista del voto di novembre. Le urne incoronano il catanese Nello Musumeci e la vittoria ha come epicentro proprio la città etnea. Le elezioni regionali confermano la tutt’altro che logora e abusata metafora del laboratorio politico nazionale. A Catania le truppe del centrodestra hanno il loro centro nevralgico con tanto di colonnelli (Raffaele Stancanelli, Ruggero Razza e Salvo Pogliese) che dopo avere centrato l’obiettivo palermitano studiano la controffensiva per spuntarla a Roma. Il famoso patto dell’arancino siglato nella città etnea, la kermesse che segna il ritorno di Berlusconi e le urne riconsegnano una Forza Italia catanese in forma e il movimento di Musumeci pronto al salto sul palcoscenico nazionale. In attesa di capire quanto scricchiola l’asse con la Lega, la locomotiva avanza e coltiva il sogno di totalizzare l’en plein di collegi.  Le regionali del 2017 hanno segnato anche la rinascita dei lombardiani che piazzando una pattuglia di deputati all’Ars diventano ben più di una stampella per la maggioranza musumeciana. Ma l’anno che sta per terminare sarà ricordato anche per l’ammutinamento degli alfaniani che a Catania avevano il loro storico avamposto. L’altro lato della medaglia della politica dei due forni è che ogni tanto si rimane scottati. Eppure, complice la legge elettorale, nel 2018 i centristi, piazzati a tutte le latitudini, potrebbero tornare fare la differenza. Dalle regionali, infine, escono polverizzati i megafonisti che pure potrebbero battere cassa in quota Emiliano dentro le liste dei dem alle politiche. Insomma, chi manca nella classica foto di gruppo del 2017 potrebbe tranquillamente riapparire nel 2018.

 


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