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Legami con il prestanome del boss
Ristorante Pitti: al via il processo


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Catania, intestazione fittizia catania, ristorante pitti, Cronaca

Tra gli imputati Salvatore Caruso, ritenuto una delle teste di legno del santapaoliano Roberto Vacante.

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CATANIA - E' durata pochi minuti la prima udienza del processo che vede imputati i titolari del ristorante Pitti, accusati di intestazione fittizia. Il processo, che si celebra davanti alla Terza sezione penale del Tribunale di Catania, presieduta dal giudice Maria Pia Urso, è stato rinviato per sciogliere la riserva su un'eccezione sollevata da uno dei difensori. In particolare è stata l'avvocato Vanessa Belfiore, difensore di Francesco Salamone (accusato di appropriazione indebita), a prendere la parola quando la Presidente ha chiesto se ci fossero questioni preliminari da affrontare prima dell'apertura della fase istruttoria. L'avvocato ha palesato la "genericità della contestazione" relativamente anche alla mancanza della somma precisa che sarebbe oggetto del reato. La stessa eccezione era stata già sollevata in sede di udienza preliminare e il Gup l'aveva rigettata. Il Tribunale ha chiesto al pm Rocco Liguori di poter avere copia degli atti del Giudice dell'Udienza Preliminare.

Questa mattina in aula erano presenti quasi tutti gli imputati. Gianluca Giordano, difeso dagli avvocati Luca Blasi e Licinio La Terra Albanelli, era seduto tra il pubblico. Così come la compagna Melinda Caruso, assistita dall'avvocato Luca Mirone. Ha rinunciato invece Salvatore Caruso, difeso dagli avvocati Francesco Antille e Giuseppe Rapisarda. Assenti Giuseppe Caruso, difeso dall'avvocato Margherita Ferraro, e Francesco Salamone, assistito dall'avvocato Vanessa Belfiore.

L'inchiesta da cui scaturisce il processo è una costola dell'indagine Bulldog sulla rete di prestanome legata al santapaoliano Roberto Vacante, detenuto al 41bis, e ritenuto la mano "finanziaria" della famiglia. Colui che avrebbe il ruolo di riciclare e ripulire i fondi neri dei Santapaola. L'indagine della Squadra Mobile è culminata con il sequestro della società “San Giuliano srl” e del ristorante Pitti di via Antonino di Sangiuliano.

L'imputato chiave è Salvatore Caruso, ritenuto dagli inquirenti una delle "teste di legno" di Roberto Vacante. Dalle indagini è emerso che le quote della San Giuliano srl sarebbero state fittiziamente attribuite al socio unico Gianluca Giordano, compagno di Melinda Caruso, figlia di Salvatore. Caruso, la figlia e il compagno "al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale nei confronti di Salvatore Caruso, soggetto sottoposto ad indagini per il delitto di associazione mafiosa - si legge nel capo di imputazione - attribuivano la titolarità dell'attività di ristorazione Pitti alla San Giuliano Srl". Inoltre - secondo la tesi accusatoria - ci sarebbe stata una distrazione di 100 mila euro dalle casse di un ristorante sotto amministrazione giudiziaria a quelle del Pitti.

Il titolare del Pitti Gianluca Giordano sin dall'inizio, attraverso il suo collegio difensivo (avvocato Luca Blasi e Licinio La Terra Albanelli), ha sempre respinto ogni tipo di accusa avanzata dall'accusa  evidenziando che la società Giordano Srl è "priva di interconnessioni".


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