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Il processo

Estorsioni, Mazzei, Ceusi
Parla il cognato della vittima


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Chiaramonte ha portato alla sbarra i Piacenti di Picanello e i Carcagnusi. (Nella foto il capomafia Nuccio Mazzei)

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CATANIA - Con l'audizione di Attilio Pennisi si è chiuso il dibattimento del processo che vede alla sbarra alcuni esponenti ed ex affiliati del clan mafioso dei Mazzei di Catania, accusati di estorsione nei confronti dell'imprenditore e produttore cinematografico Antonino Chiaramonte, diventato testimone di giustizia. Nel corso della prossima udienza, programmata dalla Presidente del Tribunale Carmen La Rosa per il prossimo 21 settembre, si terrà la requisitoria del pm Rocco Liguori che ripercorrerà i delicati passi dell'inchiesta Nero Infinito della Squadra Mobile. Alla sbarra Sebastiano Mazzei, il reggente dei Carcagnusi, Franco Raciti, Sebastiano D'Antona e Lucio Stella, il cugino del capomafia.

L'inchiesta si compone di tanti tasselli: intercettazioni, verifiche bancarie, appostamenti. L'indagine, scattata dopo la denuncia di Chiaramonte nel 2014, svela una duplice organizzazione, una che faceva riferimento ai Ceusi di Picanello (la famiglia Piacenti) e una ai Carcagnusi, che “vessava” da anni l’imprenditore catanese. Da una parte i prestiti usurai chiesti a Rosario Piacenti e alla madre e dall'altra i Mazzei, a cui l'imprenditore si rivolge chiedendo di fare da "mediatore". Una scelta che si rivela sbagliata, perché da quel momento la vita per Antonino Chiaramonte diventa un vero incubo.

L'esame di Attilio Pennisi, fratello della compagna di Antonio Chiaramonte, si è svolto nell'aula 2 di Bicocca. Il teste ha confermato che Chiaramonte avrebbe ricevuto da Rosario Piacenti, esponente dei Ceusi e già condannato in primo grado nello stralcio abbreviato, un prestito usuraio. La cifra che Piacenti avrebbe dato al cognato si aggirerebbe intorno ai 200 mila euro. Chiaramonte, inoltre, gli avrebbe raccontato di aver ricevuto soldi, non solo da Piacenti, ma anche dalla madre Salvatrice Viola (anche lei già condannata). Pennisi, inoltre, ha spiegato di aver dato lui stesso (per conto del cognato) a Piacenti alcune somme, per una totale di circa 80 mila euro. Questo sarebbe avvenuto tra il 2010 e il 2014.

Pennisi racconta anche i momenti bui di Chiaramonte che ad un certo punto avrebbe manifestato l'intenzione di suicidarsi e farla finita. L'imprenditore - ha raccontato ancora il teste - sarebbe stato costretto a vendere alcuni suoi beni per poter pagare i Piacenti. Il produttore cinematografico sarebbe arrivato anche a non uscire di casa per quanto la situazione fuori sarebbe stata pesantissima e insostenibile. In quel periodo era entrato già di scena nella vita di Antonio Chiaramonte, Franco Raciti.

Pennisi spiega di aver conosciuto l'imputato tra il 2009 e il 2010. Il cognato gli avrebbe raccontato che faceva parte dei Carcagnusi e che la sua figura doveva servire da "intermediario" e "facilitatore" per bloccare gli interessi usurai del prestito che aveva con Piacenti. Il teste aggiunge inoltre che tra lui e Raciti ci sarebbero state delle telefonate in cui l'imputato sollecitava i pagamenti a Piacenti. Franco Raciti, insomma, quando non riusciva a parlare con Chiaramonte avrebbe chiamato al cellulare il cognato della vittima. Ad un certo punto l'imprenditore avrebbe confidato a Pennisi che Raciti aveva chiesto un regalo per Pasqua: sarebbe questo il momento in cui Antonino Chiaramonte si chiude in se stesso e decide di barricarsi in casa.

Sollecitato dalle domande dell'avvocato Enzo Guarnera, difensore di Chiaramonte, Pennisi racconta di essere andato qualche volta al panificio di Raciti e di aver consegnato nelle mani della moglie qualche centinaio di euro. E' solo il difensore di Franco Raciti a contro esaminare il teste, l'avvocato Francesco Antille chiede lumi sulla compravendita di un determinato motorino. Ma il cognato di Chiaramonte non ha saputo fornire dettagli precisi sulla vicenda. Antille, al termine dell'esame, ha avanzato diverse richieste di acquisizione di atti al Tribunale. Rigettato il deposito della testimonianza inerente proprio l'acquisto del motorino e lo stato di famiglia di Sebastiano Mazzei. La richiesta del difensore era motivata dal fatto che Chiaramonte, quando parla della sua visita a casa di Nuccio Mazzei fa riferimento alla presenza di bimbi. Lo stato di famiglia servirebbe a chiarire che in quel periodo l'imputato non aveva figli piccoli. Accolta invece la richiesta di acquisire la certificazione sui periodi di detenzione di Franco Raciti, che non coinciderebbero - secondo la difesa - con quanto dichiarato da Chiaramonte, nell corso del suo esame. Nella prossima udienza, insieme alla discussione del pm si svolgerà quella delle parti civili. Le arringhe dei difensori sono programmate per il 19 ottobre e il 16 novembre, data in cui dovrebbe esserci il verdetto.


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