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Le intimidazioni ai commercianti:
“Auto non te ne faccio vendere più”


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estorsione, Good Easter, mafia, taormina, Cronaca

Nel profilo Fb di un indagato la foto di Nitto Santapaola e la scritta “il guerriero”.

 

 

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MESSINA. E' Francesco Faranda l'unico dei quattro indagati dell'operazione Good Easter, condotta dai carabinieri della Compagnia di Taormina e coordinata dalla Dda di Messina, che si è avvalso della facoltà di non rispondere nel corso dell'interrogatorio di garanzia davanti al gip Eugenio Fiorentino. L'uomo, assistito dal difensore di fiducia Ernesto Pino, è accusato di estorsione, tentata e compiuta, aggravata dal metodo mafioso, ai danni di due commercianti attivi nel settore della compravendita di automobili. I suoi presunti sodali, Emanuele Blanco, Enzo Ferriero e Carmelo Porto, accusati a vario titolo degli stessi capi di imputazione, si sono difesi professandosi estranei rispetto ai fatti contestati. Il collegio difensivo, composto anche dai legali Francesco Traclò e Salvatore Silvestro, entrambi del foro di Messina, sta già preparando il ricorso al Riesame.

Per il gip dalle risultanze investigative, basate sui racconti dei due imprenditori vittime del presunto sodalizio, gli indagati, tutti ritenuti vicini ai clan Brunetto e Cintorino, avrebbero dato prova di una caratura criminale di un certo rilievo. Faranda, scrive il gip nell'ordinanza, “pur avendo riacquistato la libertà solo in epoca recente (l'uomo è stato più volte detenuto a partire dal novembre del '98 ed ininterrottamente dal settembre 2010 al settembre 2016) non ha avvertito alcuna remora a reiterare condotte a connotazione mafiosa, all'evidenza indifferente rispetto all'effetto deterrente che di regola promana dall'aver patito un non modesto periodo di restrizione in carcere”. 

E del lungo periodo di detenzione sofferto, l'indagato avrebbe anche fatto partecipe una delle sue vittime. Il commerciante, che si era rifiutato di consegnare un fuoristrada a Francesco Faranda, che voleva pagarlo solo in parte in contanti e il resto con assegni post datati, si sarebbe sentito dire. “Sono dieci anni che manco da qui e per questo voi vi siete potuti fare i cazzi vostri, ma adesso tu puoi avere bisogno di me e quindi mi devi dare la macchina”. Nonostante la minaccia, il titolare della concessionaria, pur raggiunto più volte dal gruppo e addirittura schiaffeggiato in un'occasione, aveva opposto resistenza. Dopo l'ennesima intimidazione, durante la quale Faranda gli avrebbe intimato: “io macchine non te ne faccio vendere più...Ti faccio abbassare la saracinesca per sempre”, la presunta vittima si sarebbe rivolta a Carmelo Porto, elemento di spicco del clan Cintorino di Calatabiano, per chiedere un suo intervento. Lì sarebbe incappato in una nuova richiesta di natura estorsiva.

In un primo momento Porto gli avrebbe assicurato il proprio aiuto senza chiedere nulla in cambio. Pochi giorni dopo, però, come nel più classico modus operandi della criminalità organizzata, l'indagato avrebbe contattato il commerciante riferendogli che l'unico modo per chiudere definitivamente quella incresciosa situazione sarebbe stato consegnare 2000 euro al Faranda. “Una volta che ho assunto l'impegno di fare da garante – avrebbe detto Porto – ti assicuro personalmente che dopo che avrai pagato, loro non passeranno più davanti alla tua attività”.

Ma il commerciante avrebbe preso tempo e per questo sarebbe stato ricontattato da Carmelo Porto . Quest'ultimo gli avrebbe detto: “Stamattina sono venuti a cercarmi e vogliono i soldi. Se non glieli dai tu, glieli devo dare io”. A quel punto la vittima avrebbe compreso di essere incappata in un nuovo tentativo di estorsione e si sarebbe così rivolta ai carabinieri. Una seconda vittima, invece, avrebbe consegnato ad Emanuele Blanco, a Francesco Faranda e ad una terza persona non identificata una Fiat 500 in cambio di due assegni post datati, pur cosciente che con molta probabilità non avrebbe percepito alcuna somma. L'uomo avrebbe raccontato ai militari dell'Arma: “facevano branco. Anzi ad essere sincero facevano un po' spaventare...io tranquillo non lo ero durante la trattativa, sia perché erano loro che compravano, che per le modalità di pagamento che mi erano state prospettate. Non ero nemmeno tranquillo per il modo in cui si sono presentati, anche per il cappuccio sulla testa e il modo di parlare. Blanco stava con il cappuccio con il chiaro intento di far paura. Avevano quel modo di fare per intimorire”.

A colpire gli investigatori anche una foto pubblicata sul profilo facebook di Francesco Faranda. Un'immagine dello storico capo di Cosa Nostra, Nitto Santapaola, ed una parola: “il guerriero”.

 

 


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