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Malasanità, così la prescrizione
uccide due volte la piccola Alessia


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La battaglia legale dei genitori.

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CATANIA - Quando i tempi della giustizia si incrociano con vicende umane dagli effetti incancellabili. La storia della piccola Alessia Abbate è uno di questi casi. La bimba è deceduta il 4 marzo 2008 alla clinica Gibiino di Catania, quella stessa casa di cura che è stata citata come responsabile civile nel processo per la morte di Nicole Di Pietro.

Il genitori di Alessia hanno lottato per ottenere giustizia. Ad ottobre del 2015 arriva la sentenza di primo grado, la quarta sezione del Tribunale di Catania condanna a un anno (pena sospesa) il ginecologo Sebastiano Gulisano accusato di omicidio colposo. Un verdetto che arriva a un soffio dalla prescrizione, che diventa protagonista nel processo di secondo grado. La sentenza della Corte d'Appello dichiara "non doversi procedere nei confronti dell'imputato in ordine al reato perché estinto per prescrizione".

Restano confermate le statuizioni civili. Confermato quindi il risarcimento per il papà Francesco Abbate, difeso dall'avvocato Maurizio Veneziano e la mamma Maria Agata Trigilia, difesa dall'avvocato Vanessa De Santis.

Alessia muore 20 minuti dopo il parto cesareo disposto d'urgenza dal ginecologo. E' il 4 marzo 2008. La piccola appena nata piange e presenta attività cardiaca, ma una grave insufficienza respiratoria avrebbe causato il decesso. La mamma il 28 febbraio del 2008 va in clinica perché accusa forti dolori addominali e perdite vaginali. La donna alla 35esima settimana di gestazione viene ricoverata in clinica fino al tragico giorno in cui entra nella sala parto.

Quando il padre è informato della morte della figlia si presenta dai carabinieri e sporge denuncia: a quel punto scatta il sequestro della cartella clinica e del corpicino di Alessia. Si apre l'inchiesta, poi la richiesta di prescrizione a cui si oppongono i genitori. Il Gip respinge la richiesta di archiviazione e dispone un supplemento d'indagine. Un'integrazione all'inchiesta che porta alla richiesta di rinvio a giudizio e poi all'apertura del processo ad ottobre nel 2013. Il ginecologo avrebbe agito con "Imperizia e imprudenza" - si legge nel capo d'imputazione. Il medico avrebbe "omesso di diagnosticare alla paziente già all'atto del ricovero la rottura delle membrane (a causa del corionamnionite) e conseguentemente di praticare tempestivamente il taglio cesareo". Due anni di processo e poi la sentenza di condanna di primo grado. Come aveva annunciato a LiveSicilia il difensore di Gulisano presenta ricorso e si apre il processo d'appello che a novembre 2016 si chiude con la sentenza di non luogo a procedere per avvenuta prescrizione.

I giudici hanno depositato le motivazioni in cui esaminano le varie fasi dibattimentali e giungono a questa conclusione: "Nel caso in esame si è in presenza di un grave errore diagnostico che ha fuorviato la successiva e conseguente attività terapeutica e di una, altrettanto grave, condotta di mancato intervento per le sottovalutazioni delle condizioni del feto versandosi in ipotesi di grave e negligenza e imprudenza. La condotta colposa ha determinato in capo alle parti civili costituite un danno patrimoniale e non patrimoniale risarcibile e pertanto le statuizioni civili devono essere confermate". C'è tempo fino ai primi d'aprile per presentare ricorso in Cassazione.


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