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l'inchiesta

Maxi sequestro di cocaina, 3 fermi
"Il signore vuole roba buona"


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Imponente operazione della Guardia di Finanza di Catania. I NOMI E TUTTI I RETROSCENA

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CATANIA - I Finanzieri del Comando Provinciale di Catania, nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura Distrettuale della Repubblica etnea, hanno eseguito, a Palermo e Frosinone, 3 provvedimenti di fermo (uno risulta latitante) di indiziato di delitto emessi nei confronti degli appartenenti a un’associazione internazionale dedita all'importazione e al traffico di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti.

I provvedimenti cautelari d’urgenza conseguono al sequestro di 110 kg di cocaina, raccontato ieri nell'articolo di LiveSicilia firmato da Riccardo Lo Verso, di origine sudamericana rinvenuti nei giorni scorsi all’interno di un container fermato dalle Fiamme Gialle etnee nel porto di Salerno.

L'INCHIESTA E I NOMIIl container è stato bloccato nel porto di Salerno. Dentro c'erano 110 chili di cocaina purissima. Ad importarla da Colombia ed Ecuador sarebbero stati Antonino Lupo e Antonino Ignazio Catalano, arrestati dai finanzieri della Polizia tributaria di Catania. L'inchiesta, infatti, è della procura etnea alla quale il giudice per le indagini preliminari di Palermo Wilma Mazzara ha trasmesso gli atti dopo avere convalidato il fermo. Lupo è fratello di Cesare, boss di Brancaccio, uno dei triumviri che regnavano nel feudo dei fratelli Graviano. Un narcos colombiano si rivolgeva ad Antonino Lupo chiamandolo "mio signore".

La motonave Brussels è stata fermata a Salerno venerdì scorso. E sarebbe stato un errore a farlo giungere in Campania. Gli spedizionieri hanno sbagliato nome di città. Si erano confusi fra Palermo e Salerno. I pm catanesi l'hanno individuata intercettando i Blackberry dei protagonisti. Credevano che il sistema di messaggistica “pin to pin” potesse metterli al riparo dalle intercettazioni. È andata diversamente. A nulla è servito parlare di frutta e verdura nelle comunicazioni.

I due palermitani sono indagati assieme a Vincenzo Civale ed Eliseo Clauedy Cruz Peguro. Il primo teneva i rapporti con gli acquirenti palermitani. Il secondo aveva i canali giusti con i grossisti sudamericani.

Il container è stato bloccato in Campania, ma un'altra volta la roba è arrivata a Palermo. Era il giugno scorso e nove chili di cocaina giunsero in città mescolati ad una partita di carbone vegetale con un procedimento chimico.

Lupo, utilizzando l'indirizzo di posta elettronica della ditta “Pregi di Sicilia” contattava due imprese con sede a Cali e Santa Marta. Parlava dell'acquisto di “polpa di frutta” e si rammaricava che che il “lavoro con l'olio di Palma non si poteva fare più, dovevano provare a celare lo stupefacente con un carico di concime”.

IL FRATELLO DEL BOSS DI BRANCACCIO.  “Il signore voleva quella ottima”. A Palermo (LEGGI QUI) doveva arrivare solo cocaina di qualità. Antonino Lupo, 53 anni, era un tipo esigente. Secondo la Procura di Catania e i finanzieri della Tributaria, il fratello del boss di Brancaccio, Cesare, era il signore della droga, capace di gestire un imponente traffico di stupefacenti. Da ieri si trova in carcere assieme a Ignazio Antonino Catalano, che di anni ne ha 52.

Dentro un container c'erano 110 chili di polvere bianca che, piazzati sul mercato, avrebbero fruttato quasi cinque milioni di euro. I contatti con i grossisti sudamericani erano appannaggio di Vincenzo Civale. Quest'ultimo aveva un lavoro di copertura: faceva il pizzaiolo a Porto Cervo, nella rinomatissima Costa Smeralda. Un copertura se l'era creata pure Lupo attraverso la “Pregi di Sicilia”, una ditta con sede a Catania che ufficialmente importa frutta esotica.

Civale e Lupo usavano rispettivamente i nomi in codice “Ramon” e “Pedro” per scambiarsi messaggi via "pin to pin", una chat per i telefonini Blackberry. “Perché i milioni saranno tanti anzi tantissimi... qui ne hanno a tonnellate e vogliono lavorare con noi”, scriveva Pedro. Civale parlava spesso anche con Peguero Cruz, l'uomo che gestiva i contatti con i narcos colombiani: “Andiamo a Palermo con mio signore... dobbiamo parlare di tutto con mio signore”.

Non avevano fatti i conti con la capacità degli investigatori catanesi di intercettarli e con un incredibile errore. Tra il 4 e il 5 marzo scorso frenetici sono stati i contatti fra Peguero, alias “Maria Teresa”, e Pedro. Il successivo 8 marzo sarebbe arrivato un grosso carico di stupefacenti: “Mercoledì arrivano 100 a Salerno”. Ed ecco l'incredibile errore. Gli spedizionieri hanno caricato la merce sulla nave sbagliata: “Digli al signore che la mia gente sta mandando 100 per sbaglio che invece di mandarli a Palermo lo stanno facendo a Salerno”. E così Pedro ha scritto a Lupo: “E invece hanno sbagliato nave e l'hanno caricato su una nave che arriva a Salerno mercoledì della prossima settimana... ci sono dentro 100 che erano per noi”.

Peguero ha cercato di attivarsi. Sperava anche nell'aiuto di Lupo per recuperare la droga. L'8 marzo è arrivata la risposta dell'uomo di Brancaccio: “Il problema è che la nave arriva domani… Quindi in non credo che riusciremo a fare qualcosa… Sono giorni che ti stavo scrivendo per dirti questa cosa…Vabbè non fa nulla… Leggeremo sul giornale quello che troveranno”.

È andata davvero così. Solo che sui giornali non è finita solo la notizia del sequestro, ma pure del loro fermo. A bordo della nave Brussels c'erano cento chili di cocaina. E a giudicare dalle parole intercettate era solo uno dei tanti affari in corso visto che parlavano di “tonnellate”.

L'indagine si concentra adesso sulla capacità dei palermitani di sborsare enormi cifre per importare la cocaina con la copertura di una piccola azienda catanese da cui partivano le ordinazioni via e mail di frutta esotica. Chi sono i finanziatori? E qui si innesta la parentela di Antonino Lupo, fratello di Cesare, uno dei mafiosi più potenti della recente Cosa nostra. Nel novembre scorso è diventata definitiva la condanna a ventotto anni di carcere per Cesare Lupo. In cella c'era tornato nel 2011, quando le indagini della Squadra mobile lo piazzarono assieme ad Antonino Sacco e Giuseppe Faraone nel triumvirato alle dipendenze del capo mandamento Giuseppe Arduino, l'uomo incaricato di gestire il patrimonio dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. La sorella Nunzia da Roma avrebbe controllato che tutto andasse per il verso giusto.

 


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