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IL VICE PRESIDENTE DELL'ANTIMAFIA

Claudio Fava: "Credo che Bianco
non voglia più fare il sindaco"


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Il deputato fa il punto su Catania e attacca chi non ha fatto autocritica sulle vicende processuali.

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CATANIA – “Sulla ricandidatura di Bianco non mi esprimo, credo che non abbia più voglia di fare il sindaco. Se lo fa è perché c’è questo da fare, lo ricordo come mio avversario venticinque anni fa aveva un’altra determinazione e un’altra idea di questo mestiere”. Così Claudio Fava commenta l’intenzione del primo cittadino di ricandidarsi. A margine del terzo incontro del laboratorio di ateneo su “donne e mafia”, il Vice Presidente della Commissione Antimafia delinea un quadro a tinte fosche della sua Catania. “Mi sembra che questa città abbia bisogno di essere guardata in faccia e in alcuni casi rivoltata come un calzino per restituirle rabbia e dignità al tempo stesso, un’idea di futuro e speranza: non è l’ordinaria amministrazione, che lascia intatti i rapporti di forza che questa città ha conosciuto, che cambierà qualcosa”, dice senza peli sulla lingua. “Ci sono processi in corso molto importanti e non ho sentito una sillaba in questi mesi che fosse anche di riflessione, ripensamento su una storia recente che è legata anche all’esito di questi processi”, rimprovera Fava. “Questi processi potrebbero dirci che c’è stato un governo parallelo in questa città, un governo opaco e spesso legato a interessi criminali e scoprirlo per via giudiziaria non è mai una cosa piacevole”. A pesare è soprattutto il silenzio di alcuni. “Il fatto che su questo non ci sia nessuna riflessione autocritica, ma soltanto questi verbalini d’intercettazioni che raccontano gli atti di subalternità, le condiscendenze, le piacevolezze tra pezzi dell’amministrazione e taluni personaggi, uno per tutti Mario Ciancio, mi sembrano delle cose abbastanza imbarazzanti per la storia della città”.

A tenere banco inevitabilmente c’è la vicenda della relazione della Commissione regionale antimafia sul consiglio comunale di Catania.   Nei giorni scorsi uno dei protagonisti di quella vicenda, il consigliere Riccardo Pellegrino, ha annunciato l’intenzione di candidarsi alle elezioni regionali e di non provare imbarazzo per la bufera cha ha soffiato forte su Palazzo degli Elefanti. Per Fava il problema è alla radice: l’assenza di approfondimento per verificare l’autonomia dei consiglieri. “Imbarazzo devono provarlo quelli che lo candidano o quelli che lo voteranno, mi sembra che quella sia una delle cose mai fino in fondo indagate, magari per accertare che non c’è nessuna dipendenza, nessuna capacità influire e condizionare il comportamento di questo consigliere. Però, questo lavoro di attenzione e di scrupolosità non è stato mai fatto”, contesta Fava. “Era nei doveri del Prefetto ed è stato sempre ritenuto che un accesso al Comune sarebbe stato un atto di lesa maestà”.

Facendo il punto sullo stato di salute della città e delle istituzioni, Fava si sofferma sul cambio al vertice a Palazzo Minoriti, quasi una tappa obbligata nell’analisi complessiva sulla città. “Forse dietro il trasferimento del Prefetto c’è anche una valutazione che il Viminale ha dato di alcune inerzie e reticenze della prefettura”, dice Fava. “Io credo che ci siano delle questioni ancora sospese, aperte. C’è uno sguardo opaco, miope, prudente sulla capacità di pervasività di Cosa Nostra all’interno delle istituzioni, la sensazione che alcuni rapporti ed equilibri di potere siano stati soltanto scalfiti. Lo dimostra il fatto che quando raccontiamo la storia recente della mafia dobbiamo declinarla con gli stessi nomi e cognomi che usavamo quarant’anni fa”.

Il deputato ripercorre quarant’anni di storia catanese e trova un filo conduttore. “Non esiste città al mondo in cui la cupola mafiosa che gestisce un pezzo del potere economico, che sta dentro i luoghi dell’amministrazione e della politica abbia i nomi delle stesse famiglie: qui succede con i Santapaola, gli Ercolano e i Mazzei. – dice- Su questo c’è uno sguardo pigro e disattento, ma anche di debolezza come se non ci fosse altro destino che convivere con questa parte della nostra storia: io penso che così non sia”. “Penso che un Prefetto, un sindaco, un cittadino abbia il dovere di mettere in discussione tutto questo”, aggiunge. Il quadro, tracciato dal deputato, sulla “pigra” città di Catania cozza inevitabilmente con le protagoniste del suo intervento al laboratorio. Donne che hanno sfidato il malaffare a viso aperto. Una su tutte: Franca Viola. “Rifiutando il matrimonio riparatore con il figlio del boss che l’aveva e violentata cambiò la morale, il senso comune e il codice penale: la disobbedienza della donna alla liturgia mafiosa è un fatto dirompente”. “Ragionare sul rapporto tra donne e mafia significa ragionare su un nesso fondamentale: la storia recente della mafia”. “Le donne hanno rappresentato un patto non scritto ma fondamentale per la tessitura della struttura mafiosa, la capacità di reggere e sorreggere il peso della famiglia e l’educazione dei figli che sono due passaggi fondamentali nell’organizzazione della mafia, ma le voci fuori dal coro sono ancora più significative perché hanno rotto il patto in due direzioni: da una parte il vincolo di obbedienza dovuta ai mariti (la mafia infatti ha una struttura patriarcale), dall’altra a Cosa Nostra”. Esempi di dignità da tenere a mente.


La precisazione di Pellegrino. "L'onorevole Fava intende candidarsi alla poltrona oggi ricoperta da Bianco? E suo diritto ma non per questo immagini di infangare la reputazione di una persone perbene,oltreché' incensurata,come indubbiamente è il sottoscritto. Additato ed etichettato pur senza avere mai subito alcuna iscrizione di reato sulla mia persona neppure per divieto di sosta,resto vittima di una censura politica architettata a regola d'arte. È insulto non solo alla mia persona ma alle tantissime persone perbene che anche dai quartieri hanno inteso votarmi e riconoscermi proprio perché sono uno di loro. Io provengo dal popolo dei dimenticati spesso dalla politica oltre allo stretto periodo necessario pre elettorale".

 

 

 

 

 


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