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il nuovo volto della mafia militare

Droga, tensioni, nuovi assetti
Giovani boss pronti ad armarsi


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Il gruppo di fuoco bloccato dalla polizia porta dritti ai Cursoti Milanesi.

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CATANIA - Una tensione intestina ai Cursoti Milanesi.
Oppure con un altro gruppo. L’arresto del gruppo di fuoco da parte della polizia non può passare sottotraccia. E anche se le porte degli inquirenti sono blindate ai giornalisti, i nomi dei personaggi coinvolti nell’arresto, le passate inchieste, i processi in corso e la stessa storia recente della mafia militare aiutano a ipotizzare i contorni di una guerra di potere per lo spaccio a San Berillo Nuovo. Per quella piazza con volumi d’affari a tre zeri che è corso Indipendenza.

Partiamo da un dato. I capi “storici” sono dietro le sbarre e anche le nuove leve sono finite in manette in questi ultimi mesi. Ma la mafia si riorganizza, anche perché (le indagini lo dimostrano) nemmeno il 41bis riesce a bloccare i messaggi dei padrini. Ma i tempi di dialogo si allungano, e molte volte le “teste calde” agiscono senza aspettare le risposte di chi ha nel dna il codice degli uomini d’onore.

La mafia militare di questi ultimi anni ha un nuovo volto. Anzi ha nuovi volti. Di giovani e giovanissimi che nemmeno trentenni assumono le redini di organizzazioni criminali. Guardando l’età media degli arrestati nelle ultime operazioni della Direzione Distrettuale Antimafia si comprende che i clan non sono rimasti a guardare e che hanno assoldato manovalanza tra i “picciotti” dei quartieri dove insistono i “presidi” criminali. Presidiare il territorio significa avere i “cani da guardia” piazzati in alcuni luoghi strategici, solitamente sono bar o chioschi, per far sapere “chi comanda”.

Parlavamo di giovani che assumono il ruolo dei boss. Giovani boss che hanno a disposizione armi micidiali. E questo è quello che rende più pericolose le nuove generazioni di mafiosi, perché sono pronti a brandire una pistola e anche a sparare. Il sedicenne che ha sparato per uno screzio personale al Castello Ursino in pieno giorno è un segnale tangibile. Non dimentichiamo l’arsenale di Andrea Nizza scovato grazie alla “mappa del tesoro” donata agli investigatori da Davide Seminara per dimostrare la sua attendibilità. E quei soldati agli ordini del giovane narcotrafficante giravano armati. Mostravano le pistole ai clan rivali. Sfilate di scooter con i picciotti con le rivoltelle in mano. Il messaggio era chiaro. Una prova di forza che Andrea, forse, è stato costretto a fare per rimediare al pentimento del fratello Fabrizio e di uno dei suoi uomini più fidati. Davide Seminara, appunto. Chi appoggerebbe il fratello di un pentito? Ma Andrea i fiancheggiatori li ha avuti, lo hanno aiutato a nascondersi, gli hanno permesso di curare gli affari anche durante la latitanza. Ma la sua forza l’ha persa. E sono arrivati altri nomi, come Marcello Magrì, fratello del killer e boss del gruppo santapaoliano della Civita Orazio, finito in gattabuia da poco tempo.

Se questo è accaduto per i Santapaola, lo stesso (o quasi) è successo per gli altri clan. E la precedenza per sedere ai vertici va a chi ha legami familiari: fratelli, figli, cognati e cugini. La droga è il punto di osservazione primario per definire i nuovi assetti. Perché è con lo spaccio che si pagano gli stipendi, che si mantengono i detenuti, che si rinvigorisce la liquidità della “pignata” (così la chiamano nella malavita la cassa del clan).

Torniamo a San Berillo Nuovo. In quel quartiere nato dallo sventramento di un altro, in cui si sono insediati gli eredi del defunto “Jimmy Miano”. Gli scissionisti che hanno deciso di radicare gli affari tra le strade di Catania. Il gruppo armato aveva nomi che portano dritti all’interno dell’organizzazione dei Cursoti Milanesi. Concetto Piterà, 51 anni, è un parente di quel Rosario Pitarà (ci sono errori di trascrizioni anagrafiche tra i fratelli) finito nel blitz Final Blow della Squadra Mobile Catania. Saru U Furasteri, così è chiamato nella malavita, è indicato dalla magistratura tra i vertici del clan. Suo fratello Pippo, padre di Concetto Piterà fu ammazzato venti anni fa, il 25 gennaio 1997 in una bettola di San Berillo Nuovo. Tra le persone arrestate dalle volanti pochi giorni fa c’è anche il nipote del “Furasteri”, a 25 anni pronto a sparare. Si indaga per capire cosa ha portato alla “chiamata alle armi”. Potrebbe trattarsi di uno scontro intestino tra correnti della stessa consorteria, approfittando che Ciccio e Carmelo Di Stefano sono in carcere. Oppure una lotta tra le cosche che vivono a San Berillo Nuovo. In quelle vie c’è la casa di Giovanni Colombrita e Orazio Pardo, uomini storicamente ai vertici del clan Cappello. Un clan a cui i Milanesi avevano nel 2009 dichiarato guerra. E solo per un soffio Orazio Pardo è sfuggito a un agguato mafioso. La storia potrebbe ripetersi. La posta in gioco in effetti fa gola. Perché corso Indipendenza è tornata crocevia di fiorenti introiti per lo spaccio di cocaina e marijuana.

 


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