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l'inchiesta Nero Infinito

Un testimone di giustizia li inchioda
Condannati i boss dei Ceusi


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La sentenza del processo con rito abbreviato. I Piacenti sono stati arrestati grazie alle rivelazioni di un testimone di giustizia.

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CATANIA - Alla fine è arrivata la condanna per i tre "Ceusi" arrestati nell'operazione Nero Infinito, che ha fatto luce su un giro di usura ed estorsioni ai danni dell'imprenditore catanese Antonio Chiaramonte, oggi testimone di giustizia. Il Gup Santino Mirabella ha inflitto una pena di 7 anni di detenzione e 12 mila euro di multa per Rosario Piacenti, 4 anni e 4 mila euro di multa per Massimiliano Piacenti, 5 anni di carcere e 8 mila di multa per Salvatrice Viola. I tre imputati sono stati condannati al risarcimento danni nei confronti delle parti civili: il giudice ha stabilito una provvisionale di 80 mila euro in favore di Chiaramonte e 20 mila euro per l'Associazione Antiracket e Antiusura Etnea.

Questo è solo un capitolo processuale, perchè a settembre partirà il troncone ordinario che vede alla sbarra affiliati (ed ex affiliati) del clan dei Carcagnusi. Tra gli imputati c'è anche Sebastiano Mazzei: Nuccio è considerato il capo della cosca, come erede naturale del padre, l'uomo d'onore Santo Mazzei, detenuto al 41 bis.

Antonino Chiaramonte è finito nella rete di due pericolose organizzazioni criminali. Tutto inizia nel 2005: così come rivela il testimone di giustizia ma anche come ricostruiscono gli investigatori della Squadra Mobile. L'imprenditore, che è anche un produttore cinematografico, aveva bisogno di un prestito e si rivolge a Rosario Piacenti e alla madre Salvatrice Viola. Per capire di chi stiamo parlando, forse è meglio ricordare che Piacenti e Viola sono rispettivamente il figlio e l'ex moglie di Giovanni Piacenti (classe 1947), al momento detenuto, considerato elemento di spicco dei Ceusi. Giovanni "l'elegante" è uno dei vertici della mafia di Picanello, anche se è considerato un "infame" visto che è stato arrestato per "pedofilia".

La richiesta di prestito è stata di 200 mila euro, ma con interessi mensili che oscillavano dai 5 al 10%, alla fine Chiaramonte sborsa oltre mezzo milione di euro. Il prestito usuraio era già emerso nel corso delle attività tecniche dell’inchiesta Morus del 2009 che ha scoperto il giro d’affari e le ambizioni criminali di Giovanni Piacente, cugino "dell'elegante", capo all’epoca della cosca dei Ceusi. Ad un certo punto cominciano le difficoltà per il produttore cinematografico: non riesce a pagare le rate del prestito. Con i problemi di liquidità iniziano le minacce, anche di morte. E sarebbe stata Salvatrice Viola a far temere a Chiaramonte della propria incolumità personale. Sarebbe arrivato l'avvertimento: la donna avrebbe incaricato qualcuno per dargli una lezione. Una volta – per farsi pagare – avrebbe anche tentato di aggredirlo con un coltello da cucina.

Una serie di episodi che portano la vittima a chiedere la protezione dei Mazzei. Era il 2007. Una decisione che però ha portato nuove catene e ha fatto entrare Chiaramonte in un altro incubo. Franco Raciti, affiliato dei Mazzei, avrebbe strappato ai Ceusi un accordo: l'imprenditore avrebbe dovuto pagare solo la somma realmente data in prestito. Gli interessi erano stati annullati. All'epoca il produttore aveva un risotrante: i Carcagnusi hanno preteso il pagamento del pizzo. Gli esattori erano Raciti e D’Antona, quest’ultimo nel 2008 si affilia ai Laudani (è finito in manette nell’ambito dell'inchiesta I Vicerè). I Mazzei volevano una sorta di "provvigione" su ogni attività di Chiaramonte. Quando doveva essere distribuito il film “Nero Infinito” (che ha dato il nome all'inchiesta) avrebbero preteso il versamento di 5000 euro. Ma a quel punto qualcosa era già scattato nel produttore de "I Baci Salati" che ha deciso di entrare nel programma di protezione.

La sentenza emessa dal Gup assume un valore che va oltre la semplice condanna di primo grado degli imputati. Una condanna che è arrivata in meno di 6 mesi dall'operazione coordinata dal pm della Dda di Catania Rocco Liguori. E' un segnale di giustizia, ma soprattutto è un'iniezione di fiducia per chi vive esperienze simili a quelle denunciate da Antonio Chiaramonte e che non trova il coraggio di ribellarsi e di affidarsi allo Stato.


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