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Processo Dionisio

La requisitoria sul padrino:
“Il potere di Nitto dal 41bis”


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Ecco perché secondo l'accusa Benedetto Santapaola non ha mai smesso di comandare a Catania.

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CATANIA – Non si è più abituati a sentir parlare di Benedetto Santapaola come imputato in un processo. Al Palazzo di Giustizia di Catania il nome dello Zio Nitto si ripete più volte come il punto di riferimento dei mafiosi catanesi. Nitto è il capomafia che ha avuto un’ascesa fulminea e ha radicato il suo potere a Catania con il supporto dell’ala militare e i favori degli imprenditori e dei colletti bianchi collusi. Nitto Santapaola è stato un colonnello della mafia abituato a “frequentare” la Catania bene.

Il padrino di Cosa nostra catanese ha ancora un processo pendente a Catania. Il procedimento Dionisio dopo l’annullamento con rinvio della Cassazione è arrivato al momento cruciale della requisitoria della pg Agata Santonocito, che ha seguito l’indagine sin dalla fase embrionale. Un’inchiesta che ha cristallizzato gli affari, i legami e gli equilibri della famiglia di cosa nostra catanese e di quella calatina tra il 1998, l’anno del mega blitz Orione, e l’aprile del 2009, periodo in cui si diede lettura della sentenza di primo grado del processo Dionisio.

Il troncone che ha sviscerato Agata Santonocito è quello che vede imputati i rappresentanti della famiglia di “sangue”, il capo Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, Mario Ercolano e Salvatore Ercolano, due uomini d’onore Veneraldo Cristaldi e Eugenio Galea, un affiliato dei Mazzei Santo Di Benedetto e, infine, uno degli imprenditori in odor di mafia Vincenzo Basilotta (deceduto). Per gli imputati è stata chiesta la conferma della condanna di secondo grado: Nitto Santapaola 3 mesi di isolamento diurno, 8 anni per i tre Ercolano, Aldo, Salvatore e Mario, 16 anni per Eugenio Galea, 9 anni per Santo Giammona, 5 anni e 6 mesi per Venerando Cristaldi. Per Basilotta è stato chiesto il non doversi procedere per l’avvenuta morte dell’imputato. La prima parte della requisitoria è stata dedicata ad argomentazioni tecnico giuridiche relativamente all’utilizzabilità nel procedimento delle intercettazioni. Un tema che era stato sollevato dalle difese nel ricorso in Cassazione avverso il verdetto di secondo grado. Per la Santonocito le richieste degli avvocati degli imputati non hanno motivo di essere accolte e ha ribadito – fondando le sue argomentazioni con norme di legge e sentenze – la piena legittimità dell’utilizzazione delle intercettazioni.

E sono proprio le intercettazioni tra il boss di Caltagirone Francesco La Rocca e i fratelli Alfio e Giuseppe Mirabile (per i pentiti dopo il 2000 sono stati i capi della famiglia Santapaola) a costituire il filo conduttore dell’intera indagine. Le cimici permettono di seguire in diretta le riunioni in campagna all’alba. E in queste conversazioni Mirabile afferma in modo inequivocabile che “ogni cosa era fatta per Nitto Santapaola”.

Nitto Santapaola per la pg Agata Santonocito ha continuato ad avere un ruolo “decisionale” all’interno dell’organizzazione nonostante la detenzione in regime di 41bis. Il carcere duro invece sarebbe stato secondo la difesa un muro invalicabile. Nitto Santapaola, nel corso del dibattimento, ha ribadito la sua scelta di tagliare i rapporti con i propri figli maschi per “evitare” problemi con la giustizia.

La Santonocito mette davanti agli occhi della Corte d'Appello una serie di evidenze (anche logiche) che proverebbero la capacità di Santapaola di comunicare con l’esterno. I boss e gli uomini d’onore della cosca durante le conversazioni intercettate (troppe per essere solo un caso) mettono in risalto come alcune decisioni avessero ricevuto il benestare dello zio Nitto. Mario Ercolano cita la benevolenza del capomafia nei contrasti con Alfio Mirabile (nei primi anni 2000 c’erano tensioni tra gli Ercolano e i Santapaola). In una circostanza il figlio di Iano Ercolano fa ben comprendere che lo zio Nitto avrebbe potuto far arrivare un suo messaggio tramite il figlio Francesco. In una lettera inviata a Giuseppe Mirabile, Massimo Biffi (agli atti già nel processo di primo grado) scrive che nel suo sangue scorre la S. La S della famiglia di Nitto Santapaola è continuata ad essere l’effige del potere mafioso a Catania, anche dopo che il padrino è stato relegato al 41bis. La pg Santonocito ammette che l’indagine non ha permesso di individuare i mezzi attraverso cui Nitto Santapaola è riuscito a comunicare con l’esterno dal carcere duro, ma le intercettazioni, i riscontri e le rivelazioni dei collaboratori di giustizia cristallizzano uno scenario che pone il capomafia il punto di riferimento decisionale dell’organizzazione criminale. Non solo un nome, dunque, Nitto è il capo a cui spettava l’ultima parola.

A Nitto Santapaola arrivava, secondo l'accusa, anche una fetta consistente degli introiti delle estorsioni. Paolo Mirabile parla delle estorsioni dei supermercati Mar che erano destinati a Benedetto Santapaola e alla sua famiglia. Inoltre avrebbe saputo che Francesco Santapaola aveva chiesto a Giuseppe Mirabile di gestire la carta degli stipendi del padre. Il rifiuto poi avrebbe creato degli attriti. E’ Giuseppe Mirabile a dire che anche l’estorsione alla ditta Ferrari Accardi era destinata al padrino catanese. Le conoscenze dei collaboratori di giustizia si spingono fino al 2012. I pentiti raccontano che le estorsioni più lucrose erano organizzate “in nome e per conto di Nitto”. In una delle ultime udienze del processo è stato ascoltato Giuseppe Scollo, del gruppo Santapaola di Lineri. L’ex boss, oggi collaboratore, ha dichiarato che Nitto era considerato il dominus (Tutto ruota attorno alla famiglia di Nitto – ha detto, ndr). I fratelli Nizza, Benedetto Cocimano e Orazio Magrì sarebbero stati gli uomini in libertà (prima del loro arresto) – secondo Scollo - che curavano gli interessi del capomafia.


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