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L'inchiesta I Vicerè

Il libro mastro del pizzo dei Laudani
"I nomi grossi li gestiva la famiglia"


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I pentiti hanno consegnato "le liste" delle aziende taglieggiate e hanno fatto nomi e cognomi degli esattori. Gli imprenditori importanti dovevano essere gestiti direttamente dai capi clan. Il pizzo serviva a far diventare i Laudani l'anti-Stato nei vari comuni etnei.

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CATANIA - Il clan dei Laudani sarebbe stato finanziato con i soldi delle estorsioni. Rimane il pizzo, dunque, la linfa della cassa della cosca che serviva ad assicurare gli stipendi ai detenuti. L'inchiesta I Vicerè riporta a una drammatica realtà: l'estorsione è il mezzo per "controllare militarmente" il territorio costringendo gli imprenditori il versamento della tassa di "protezione". Il clan mafioso diventa una sorta di anti-Stato e il pizzo "l'imposizione fiscale". Anche per i Laudani è questa "l'ossatura" degli affari illeciti. Le estorsioni, poi, servivano anche ad accrescere la fama dei boss, il loro "prestigio personale" - scrive il Gip.

Giuseppe Laudani e Carmelo Riso vuotano il sacco. I collaboratori di giustizia forniscono anche documenti e libri mastro delle estorsioni. "Questi erano nelle mani solo di tre o quattro affiliati di fiducia". Una precauzione affinchè i manoscritti non finissero in mani sbagliate. Ad esempio nelle mani dei magistrati in caso di arresti e perquisizioni. "Neppure il reggente - afferma Pippo Laudani - era in possesso dell'elenco completo".

Un elenco spropositato di commercianti e imprenditori che una volta davanti ai carabinieri ammetteranno di pagare il pizzo (da anni, ndr) e che gli estortori altri non erano coloro che avevano lasciato il clan per intramprendere il programma di collaborazione con la giustizia. Un fatto risaputo, ma che permetteva alle vittime da una parte di rispondere (falsamente) alle domande dei magistrati e dall'altra di "non danneggiare" il clan. Chi non ha collaborato è finito nella lista degli indagati per favoreggiamento.

Rifornimento di carburanti, ricambi auto, meccanico, parrucchiere, gommista, chiosco, negozio d'animali, falegmane, ristorante, pescivendolo, fruttivendolo, supermercati, pizzeri, chiosco, vivai. Da San Giovanni La Punta a Tremestieri fino ad Aci Sant'Antonio e Acireale. Non si facevano mancare nulla. E ci sono anche "gli amici imprenditori del clan" e i costruttori edili che non potevano "fare lavori o appalti" nei comuni controllati dai Laudani senza "passare qualche soldo" per non avere problemi o danneggiamenti. E leggendo l'elenco si trovano anche attività di Catania, Viagrande e i borghi marinari di Aci Trezza e Capo Mulini. Alcuni ristoranti avrebbero versato mensilmente "dai 400 ai 500 euro al mese" - racconta Carmelo Riso.

Ad un certo punto spuntano i Bosco, i re del catering e dei supermercati. "Loro erano vicini a noi", ribadisce Giuseppe Laudani. Gli imprenditori sono finiti nel ciclone di diverse inchieste giudiziarie: tra queste Money Lander, eseguita da Polizia e Finanza che ha scoperto un grosso giro di estorsioni ed usura "organizzata" proprio dai Bosco.

Gli imprenditori importanti erano gestiti direttamente dai "capi". "Ce ne occupavamo noi familiari", dice il pentito nipote del Patriarca Ianu. Di solito si decideva di "incassare tutte le somme durante una precisa festività". Poi avveniva la divisione dei proventi. Si tratta degli imprenditori del mercato ittico, di un importante concessionario, di un vivaista della zona ionica.

Giuseppe Laudani fa nomi e cognomi di chi "gestiva le estorsioni". Ricordiamo che ci stiamo riferendo agli anni intorno al 2010. E' in questo periodo che il pentito si "dissocia dall'affiliazione". Uno dei manoscritti consegnati ai pm sarebbe stato scritto di suo pugno - sempre secondo le dichiarazioni del collaboratore - da Filippo Anastasi. L'indagato glielo avrebbe consegnato al giovane boss al carcere di Caltanissetta tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio del 2010. Poco prima del "salto del fosso" di Laudani. Anastasi si sarebbe occupato di riscuotere insieme a Seby Spampinato, Alfino Giovanni, Franco Cristaldi, Giovanni Parisi, Giovanni Pernisi e Salvuccio u panittieri. A decidere sulle estorsioni sarebbero stati i quattro nipoti: "Io, mio fratello e i miei cugini Iano il piccolo e Iano il grande". Laudani però evidenzia che nei periodi di libertà "era lui in primo piano". Poi quando era arrestato al suo posto subentrava il cugino "il piccolo".

Carmelo Riso (reggente di Canalicchio per un periodo dopo l'arresto di Franco Pistone) parla della cassa delle estorsioni. Una cassa comune gestita direttamente da Giuseppe Laudani che aveva voluto riorganizzare i gruppi. Riso - una volta nominato capo - ricostruisce l'elenco delle estorsioni grazie a Giovanni Accaiù Alfino, Francesco Cristaldi e Luca Pitbull Pappalardo.

Il cerchio si chiude con il block notes sequestrato nel 2005 dai Carabinieri di Mazzarino a Saverio Cristaldi. Tre foglietti con nomi in codice e cifre: per il Gip non ci sarebbero dubbi sul fatto che si tratta di un libro mastro delle estorsioni da lui gestite per conto del clan Laudani.

Ecco la lista:
Vino 150 Acitrezza 150
Materiale 100 Tavola Calda 75
T.B. Vecchia 100 Gommista 100
Polivalente 150 Milo 100
Mec.Fug. 200 Benzina 150
Buffetti 100 Meccanico 100
Tremestieri cap. 100 Vasi 150
Verdura 75 Michelangelo 100
Falegmane 130 Motorino F.ca 75
Mobile 250
Pedara Edel 100
Musica 500
Colori 130
Panificio 125
CHIOSCO 150
LAPA 100
CAPOMULINI 200
SALVO B. 100
Muletti 150
Piante 200


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