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Omicidio Fava, 32 anni dopo
I Santapaola e il sistema Catania


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Ucciso per rafforzare un asse mafioso, imprenditoriale e politico che sembra non conoscere crisi alle falde dell'Etna. Alle 17 appuntamento sotto la lapide.

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CATANIA- L'appuntamento è alle cinque sotto la lapide di Pippo Fava. A trentadue anni dall'assassinio ordinato dalla mafia del direttore dei Siciliani c'è un vuoto che si somma a quello incolmabile lasciato per mano dei killer di Nitto Santapaola: la scomparsa improvvisa di Elena Fava. La presidente della fondazione Fava, figlia di Pippo, è stata strappata da un male incurabile all'affetto dei catanesi, pochi giorni fa.

Ha lottato, insieme al fratello Claudio e a un drappello di giornalisti e esponenti della società civile, per ben 19 anni attendendo una sentenza definitiva che stabilisse la matrice mafiosa dell'assassinio avvenuto il 5 gennaio del 1984.

“LA PISTOLA NON E' MAFIOSA”. A lungo alcuni ambienti del giornalismo hanno sostenuto che Fava fosse stato ucciso per questioni riconducibili alla vita privata. La Sicilia, principale quotidiano catanese, il giorno dopo l'omicidio Fava lancia un occhiello che sovrasta il titolone di prima pagina: “Ricostruita la dinamica del feroce assassinio”. All'interno dell'articolo si parla di indagini sulla “vita privata” di Pippo Fava e si punta già nel sommario sotto il titolo, sull'arma utilizzata: “Una pistola calibro 7,65 -si legge- con silenziatore, che ferisce mortalmente solo da breve distanza. Un'arma insolita nei delitti su commissione”.

Come mai questa precisazione in grande evidenza in prima pagina? Nel corpo del pezzo principale si parte dalla pista mafiosa, ma si si arriva ad un passaggio in cui viene precisato che “le piste battute sono molteplici, ma resta prevalente, al riguardo, l'ipotesi che il delitto sia di stampo mafioso”. L'ipotesi “prevalente” dello “stampo mafioso” dell'omicidio viene accantonata a metà articolo, sulla base di elementi addirittura “balistici” sciorinati dal gionalista Rodolfo Laudani col piglio del tiratore di precisione.

“Gli investigatori -sostiene l'articolista - sono perplessi per quanto riguarda l'arma usata per consumare il delitto. E' stato accertato infatti che si tratta di una calibro 7,65, non del tipo parabellum come in un primo tempo si era creduto. E per i delitti commissionati dalla mafia, quasi sempre, vengono usate armi di potenza superiore: dal kalashnikov alla 38. Quest'ultima arma, anzi, è spesso la preferita perché i suoi proiettili possiedono una potente forza d'urto che sbilancia l'aggredito e rende, pertanto, più sicuro l'aggressore. Nel delitto Fava, invece, è stata usata una comune pistola calibro 7,65. Perché?”. Il giornalista trova la risposta alla domanda che ha posto. “All'interrogativo -scrive- tentano di dare una risposta gli inquirenti che, come detto, stanno battendo piste diverse, non escluse quelle relative ad eventuali questioni di natura privata”.

E invece la calibro 7.65 era utilizzata dagli uomini di Nitto Santapaola. Il pentimendo del killer mafioso Maurizio Avola ha consentito di ricostruire ogni particolare del feroce delitto mafioso. “Il primo colpo si sente più forte perché manda in frantumi il vetro… poi gli altri sono molto silenziosi che neanche si capiva che erano colpi di pistola. Una frazione di secondi… Ercolano torna indietro e sale in macchina… Abbiamo tagliato per viale Rapisardi…Io mi sono disfatto degli altri proiettili che avevo ancora in tasca, quelli che non avevamo usato. Ho pensato: se capita qualcosa, un posto di blocco, con questi proiettili addosso mi fottono…" L’ex killer della mafia catanese ha più volte sottolineato come l’uccisione di Fava fosse legata al suo “parlare male dei Cavalieri del lavoro” coloro che “stavano bene con la famiglia Santapaola”. Una testimonianza identica a quella di Italia Amato, amante di Francesco Mangion, braccio destro di Nitto, diventata collaboratrice: “Nitto si adirava particolarmente quando leggeva gli articoli di Fava, anzi cercava gli articoli per verificare se parlava male di lui della mafia e dei Cavalieri”. Tra i lettori assidui del giornale di Fava c’era proprio Santapaola in persona, che periodicamente sfogliava “I Siciliani”. Da capire c’era fin dove si spingeva il giornalista nel raccontare l’intreccio tra mafia politica e imprenditoria. Proprio il lavoro svolto con la sua rivista verrà evidenziato dalla sentenza come “movente dell’assassinio”. Un movente che non ha mai consentito la condanna dei mandanti, catanesi, dell'omicidio.

IL SISTEMA CATANIA- L'intreccio tra mafia, imprenditoria e politica non è venuto meno dopo l'assassinio di Fava. Il sistema, che veniva analizzato dal direttore dei Siciliani è rimasto in piedi. L'humus è la grave crisi dei diritti e dei doveri e la prevalenza dei privilegi, concessi da chi gestisce gli enti pubblici per favorire i clientes del proprio apparato. Un sistema trasversale alla destra e alla sinistra, che ha visto, nel corso degli ultimi 30 anni, gli stessi uomini e metodi sempre protagonisti.

Un sistema che non è decifrabile attraverso le sentenze della magistratura, ma che afferma ogni giorno la sua prevalenza grazie alle scelte dei catanesi. Un esempio. La crisi dei diritti e dei doveri comporta che per una visita in ospedale, per una concessione edilizia, per un esame, i catanesi si rivolgano al politico, ottenendo come privilegio ciò che spetterebbe loro di diritto. In questo modo si consolida un assetto di potere basato sui privilegi e ratificato ad ogni appuntamento elettorale. E nel sistema ci sono tutti, i mafiosi, i politici, gli imprenditori, i parenti di autorevoli esponenti della magistratura che vengono collocati politicamente e i cittadini che accettano queste “regole”.

C'è un'intercettazione emblematica dei carabinieri del Ros.  Tra agrumi e olivi, il capo di Cosa Nostra catanese Vincenzo Aiello allieta i commensali attaccando Pippo Fava. E' il primo maggio del 2007. I picciotti del boss hanno mangiato fino a sazietà e gli investigatori del Ros trascrivono tre pagine di insulti e insibuazioni impubblicabili.

Alle 14.16, 23 anni dopo l'omicidio di Pippo Fava, i boss prendono il caffè in contrada Margherito, nella casa del militante della corrente santapaoliana del Mpa Giovanni Barbagallo. Partito regista del sistema Catania i cui colonnelli sono transitati oggi tra le fila del centrosinistra che governa a Palermo e Catania. Seduti attorno a un tavolo i mafiosi festeggiano banchettando con l'unica cosa che non sono riusciti a strappare: la memoria di Pippo Fava. “Facevano sfilate antimafia -registrano le cimici- ora voglio vedere tutte quelle persone che facevano le sfilate antimafia che ora crepano dalla fame. Ma fanno bene...fanno bene...non c'era persona più schifosa di Fava a Catania”. Sullo stesso tavolo, un anno dopo, si terrà il summit per brindare all'elezione al parlamento di Angelo Lombardo a base di vino rosè. Ma in quel momento Cosa Nostra sente ancora nostalgia dei “cavalieri dell'apocalisse mafiosa”, come li chiamava Fava prima di essere ammazzato (per questo) dalla mafia.

“Graci, Finocchiaro...”dice la cognata di Barbagallo col tono composto di chi recita il rosario. “Finocchiaro...Rendo...Parasiliti...quanto lavoro davano?”, aggiunge il boss Vinceno Aiello che, dopo un attacco delirante nei confronti di Fava, continua nella difesa d'ufficio dei cavalieri: “Ci sono delle porcherie assurde a Catania, delle cose da fare schifo! Hanno...hanno distrutto l'imprenditoria catanese, l'hanno distrutta...distrutta!”.


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