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L'inchiesta Dirty Money

L'ombra della mafia dietro l'usura
Gli interessi per i detenuti

, Cronaca

Così gli uomini vicini ai Santapaola di Mascalucia gestivano i prestiti usurai e le estorsioni alle falde dell'Etna. (Nella foto, un momento del blitz della polizia)

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CATANIA - E' necessario pagare perchè i soldi servono per "le porte". Salvatore Buzza è perentorio con il commerciante che chiedeva una "proroga" nella scadenza delle rate del prestito usuraio. Dalle intercettazioni dell'inchiesta Dirty Money -
che ha portato dietro le sbarre i presunti usurai ed estortori che avrebbero piegato nella morsa del racket il titolare di un bar tabacchi per quasi 15 anni
- emerge come sarebbe stato utilizzato il denaro intascato. "Le porte"  - secondo la ricostruzione della polizia -  indicano i detenuti e le loro famiglie. Gli interessi dei presti usurai sarebbero servite al loro mantenimento. Gli incontri tra Buzza e la vittima sono immortalati dalle cimici della polizia. E' il luglio del 2014: il commerciante manifesta l'intenzione di chiudere "tutte cose" il giovedì successivo. Buzza è contrariato "per la brutta figura" con chi aspettava di ricevere i soldi, ma avrebbe informato "chi di dovere" del prossimo "appuntamento". Incapace di poter saldare quanto dovuto: l'imprenditore - che aveva già presentato denuncia - chiedeva un'altra dilazione, una richiesta che provocava un'aspra reazione dell'esattore: quelli che avevano concesso il prestito avrebbero fatto "bordello".

Per gli inquirenti dietro gli usurai c'è l'ombra di Cosa nostra, in particolare i referenti dei Santapaola che operano a Mascalucia. Dalla lettura delle 100 pagine dell'ordinanza firmata dal Gip Rosa Alba Recupido emerge in maniera netta la "vicinanza" di alcuni degli arrestati agli ambienti della criminalità organizzata. Il Giudice per le Indagini Preliminari parla di "avamposto" della mafia per descrivere la contiguità di alcuni dei soggetti arrestati nella notte tra martedì e mercoledì dalla Squadra Mobile. Angelo Provvidenti, Antonino Varisco (già detenuto), Avdyl Cucka (alias Gucka), Fabio Cantone, Francesco Di Modica, Salvatore Maurizio Buzza, Carmelo Scuderi e Salvatore Tiralongo: ognuno di loro avrebbe avuto "frequentazioni" sospette. Rapporti che emergono, oltre che da legami di parentela, anche dai verbali di alcuni controlli dei carabinieri della Compagnia di Gravina che hanno "beccato" gli indagati in compagnia di "persone" poco raccomandabili, se così vogliamo definirli. Antonino Varisco - si legge nei faldoni dell'inchiesta coordinata dal pm Alfio Fragalà - è "strettamente legato" a Carmelo Francesco Arcidiacono, Francu U Salaru: elemento di spicco del Clan Santapaola Ercolano. Tiralongo, oltre ad essere genero di Pietro Puglisi, - a detta degli investigatori - ha un rapporto con Alfio Carciotto, un altro ex Malpassotu poi transitato nei Santapaola di Mascalucia.

L'imprenditore che dopo anni trova la forza di rivolgersi alla polizia (anche grazie al supporto di un'associazione antiracket) è completamente soffocato dalle pressioni, fatte di minacce e intimidazioni, per il pagamento degli interessi e delle rate. La richiesta di un incontro arriva anche quando si trova in Questura per formalizzare la denuncia. Ancor prima del 2000 la vittima si rivolge al primo usuraio: 50 milioni del vecchio conio. Da quel giorno inizia il vortice da cui non riuscirà più a riemergere. Nel 2005 è in ginocchio: in pochi mesi subisce 7 rapine. Decide di rivolgersi a Antonio Varisco: sa che ha contatti con la malavita. Il prestito ammonta a 10 mila euro. Paga anche tramite postepay. A "Melo" Scuderi (coinvolto anche nell'operazione Money Lender) avrebbe pagato 1000 euro al mese per un debito che ammonta a 10 mila euro. Il pagamento avviene al Chiosco di Scuderi: una busta con i contanti all'interno. A Buzza altri 15 mila, a "Ciccio" 5 mila, a Turi (genero di Puglisi) altri 5 mila.

Scattano le perquisizioni nelle abitazioni dei sospettati: da Buzza i poliziotti trovano una rubrica dove sono appuntati i numeri degli altri indagati. Un punto di connessione che "non convince" gli inquirenti. Il blitz della polizia provoca le reazioni delle persone coinvolte e all'imprenditore arrivano i primi avvertimenti. Un commerciante lo apostrofa: "E' venuto Vito "l'albanese" mi ha detto che sei cornuto e sbirro... che stai facendo arrestare tutti...". Anche il suocero della figlia viene avvicinato per avere informazioni sul conto dell'imprenditore taglieggiato. E non manca la minaccia esplicita: "Tanto gliela faremo pagare..." A un conoscente viene lasciato un messaggio: "Pagherà la figlia".

E' Cicco Di Modica il più esplicito nelle intimidazioni. Nel caso il debitore fosse scomparso o non avesse voluto saldare ci sarebbero stati problemi "grossi" con i finanziatori: si sarebbe mosso "un esercito e li ammazzano. Hai capito? Così si muovono".

Varisco, se dieci anni fa era stato "il finanziatore", negli ultimi mesi (2014) diventa l'intermediario di Cantone. I due - secondo il Gip - agivano all'unisono secondo un preciso sistema di "martellamento". Varisco doveva "rassicurare" e Cantone mettere alle strette per il pagamento. "Il Varisco - scrive il giudice- appare ampiamente coinvolto e inserito nel meccanismo di sfruttamento. Inoltre all'apparente comprensione dimostrata, espressione di lunghi anni di "rapporto", fa eco a quanto riferito dalla vittima riguardo ai rischi che avrebbe corso se non avesse pagato ad un innominato boss del Villaggio Sant'Agata".

 


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