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MAFIA

Il summit interrotto nel 2009
Laudani alla corte di La Causa


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Sebastiano Laudani durante l'arresto del 2009

E' finito in carcere il reggente dei Laudani: dovrà scontare oltre 12 anni di carcere. Il boss dei “Mussi” era uno dei protagonisti del vertice di Cosa Nostra dove si stava pianificando la strategia per rispondere agli omicidi dei Cappello – Carateddi. Una retata (IL VIDEO) che ha delineato nuovi equilibri nella criminalità catanese.

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CATANIA – La storia di Cosa nostra catanese è cambiata l'8 ottobre 2009.
Quel giorno il "capo dei capi" Santo La Causa aveva riunito alla sua corte i pezzi da novanta della mafia etnea e con loro aveva convocato anche Sebastiano Laudani. Il boss dei “Mussi” avrebbe dovuto dare un supporto armato alla guerra che i Cappello Carateddi avevano dichiarato alla criminalità organizzata catanese. I Santapaola volevano essere pronti a rispondere e così il ghota della cosca aveva deciso di fare il punto nel corso di un vertice in una villetta isolata di Belpasso. Un summit che fu interrotto da un blitz dei Carabinieri del Nucleo Operativo di Catania e dei militari del Ros che fecero irruzione e arrestarono Santo La Causa, che all’epoca era inserito nei 30 ricercati più pericolosi d’Italia.

Insieme a lui finì in manette Carmelo Puglisi, che invece era nella lista dei 100 più pericolosi. Ma alla “riunione” di Belpasso c’erano altri personaggi di primo piano della cosca come Enzo Aiello, fedelissimo di Nitto Santapaola, e Venerando Cristaldi. A quella tavola rotonda tra boss era presente il rampollo Ignazio Barbagallo, che controllava gli affari a Belpasso, Camporotondo, San Pietro Clarenza; e anche Francesco Patania, responsabile per il rione di San Cristoforo di Catania e Rosario Tripodo, referente invece per Picanello. Come detto però al summit era stato invitato anche un purosangue della mafia locale, ma non del dna dei Santapaola: Sebastiano Laudani, reggente dei Mussi i Ficurinia. Cosca egemone, all’epoca, nei paesi dell’hinterland.

Una presenza che aveva sollevato interrogativi da parte degli inquirenti, ma che grazie a pochi mesi di minuziose indagini trovarono risposte. Laudani rappresentava la cerniera con le cosche esterne a Cosa nostra ed era il mediatore per portare a siglare una pax mafiosa che li avrebbe visti contrapposti “ai leoni” dei Cappello-Carateddi guidati da Orazio Privitera e Sebastiano Lo Giudice. Quel summit doveva servire a capire il tipo di intervento, se di risposta armata, o a livello “diplomatico”.

Fu una retata a mettere a tacere ogni piano criminale. E la presenza di Sebastiano Laudani , poteva significare altro sangue sulle strade catanesi. Una scia rossa già lunga con gli omicidi commessi dai Cappello-Carateddi , che pochi mesi dopo furono decapitati dalla Squadra Mobile nel blitz Revenge.

Il boss dei Mussi è un elemento di rango: porta il nome del nonno, il capo bastone Sebastiano Laudani, 89 anni. Ed è figlio di Santo Laudani assassinato il 22 agosto 1990 in una macelleria di Canalicchio a Catania. Una morte che costringe il giovane Laudani a essere attivo a livello criminale già da minorenne. Il mafioso ieri è stato arrestato dalla Squadra Mobile, dovrà scontare oltre 12 anni di carcere.

Un altro protagonista di quel summit è dietro le sbarre. Ma quel vertice fallito ha avuto effetti quasi imprevedibili per la lotta al crimine organizzato. Due delle teste di serie della mafia che parteciparono a quella tavola rotonda sono diventati importanti e cruciali collaboratori di giustizia. Ignazio Barbagallo decise di pentirsi meno di 24 ore dopo aver sentito il rumore dello scatto delle manette sui polsi. Per Santo La Causa sono serviti quasi tre anni, ma se da “capo dei capi” come dicevano i pentiti “faceva tremare tutta la malavita”, anche da lucido collaboratore di giustizia ha portato veri e proprio terremoti all’interno di Cosa Nostra. Ha offerto agli inquirenti nomi, nascondigli, organigramma e verità su affari e delitti con l’effige dei Santapaola.

 


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