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A Librino

Formazione al San Teodoro
Orti sociali nel campetto liberato


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Trentaquattro ragazzi spagnoli, brasiliani e italiani seguiranno fino al 10 Agosto un percorso di formazione culturale sull’antimafia.

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CATANIA- Un campo antimafia al Campo San Teodoro Liberato di Librino. I ragazzi dediti a coltivare gli orti sociali raccontano un’altra faccia del quartiere teatro dei baci tra gli affiliati ai clan, immortalati dalle foto della squadra mobile durante l’operazione Fort Apache. Il campo catanese è uno dei tantissimi organizzati in giro per l’Italia ma ha una particolarità: non si svolge all’interno di un bene confiscato in senso tradizionale. La scelta di Arci, Cgil e Spi è ricaduta sul campo San Teodoro Liberato di Librino “un bene confiscato dal basso in virtù di una legalità democratica portata avanti dai cittadini stessi”. Una decisione tutta politica che permette di riflettere su un dato che è un campanello d’allarme: “La Sicilia è la regione in cui c'è il numero più alto di beni confiscati alla mafia, ma è anche quella in cui molti dei beni non sono ancora stati assegnati e rimangono quindi in stato di abbandono senza che la cittadinanza possa usufruirne”, spiega il referente legalità dell’Arci Catania, Rodolfo Ungari. Questo è soltanto uno dei temi che trentaquattro ragazzi italiani, brasiliani e spagnoli affronteranno fino al 10 Agosto, ultimo giorno del campo.

I giovani, impegnati da una decina di giorni nella coltivazione degli orti sociali e in interventi di ripristino e riparazione del campo san Teodoro, stanno seguendo un percorso di formazione culturale sull’antimafia che va dall’importanza della memoria e della testimonianza agli strumenti dell’antimafia sociale e della legalità democratica. “Abbiamo tenuto un incontro per smascherare gli stereotipi legati alla mafia identificata con coppola e lupara”, racconta Ungari. Ma è soprattutto l’idea “dell’invincibilità della mafia” l’idea da scardinare. Il metodo è quello dell’antimafia sociale. “E’ un po’ come il consumo critico – spiega Ungari- siamo giovani che hanno deciso di non favorire le mafie con i nostri comportamenti quotidiani, facendo il nostro lavoro senza scorciatoie”. La volontà di coinvolgere i ceti popolari e sottrarli alla sudditanza nei confronti dei clan e alle varie forme di economie illegali diventa perciò centrale. Per questo il campo si pone l’obiettivo di “creare socialità” in un quartiere difficile come Librino. Ricostruire uno spazio sociale ed economico costruendo “comunità alternativa alle mafie” è un passo molto importante e in linea con il percorso tracciato dalla Dia negli ultimi giorni: intervenire con indagini sui patrimoni per contrastare “il rapporto tra Cosa Nostra e pezzi significativi dell’economia locale”. Un legame che “alimenta il potere mafioso” e “contamina la dimensione socio culturale del territorio fermandone lo sviluppo”.


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