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L'intervista

“Pd consorteria di potere
Sbagliato sostegno a Lombardo"

Domenica 09 Marzo 2014 - 06:12
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L’ultimo segretario del Pci, Achille Occhetto, dice la sua su tanti ex compagni di partito con un libro, presentato a Catania, che ripercorre mezzo secolo di storia. Il confronto tra il presente e il passato è imbarazzante. “Il Pd - dice- è il frutto di una fusione a freddo tra apparati, il peggio di Pci e Dc”.

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CATANIA - “La ricordo sempre con grande piacere” dice un passante ad Achille Occhetto che passeggia in via Etnea. In tanti vogliono avvicinare quello che fu l’ultimo segretario del Partito comunista italiano. In realtà, Occhetto preferisce pensare a se stesso come all’uomo della svolta, il segretario che, con le lacrime agli occhi, chiuse la stagione comunista all’indomani della caduta del Muro. “Non una fine, ma un nuovo inizio”, ci tiene a precisare. L’opera di rimozione avallata da tanti ex compagni di partito ha contribuito a far sì che Occhetto sia considerato nella memoria nazionale come l’uomo sconfitto da Berlusconi nel 1994. Lui non ci sta. Anche per questo scrive un libro, recentemente presentato a Catania, che ha un titolo volutamente provocatorio: “La gioiosa macchina da guerra”.

Occhetto non risparmia critiche a tanti ex compagni e conduce una lucida analisi su mezzo secolo di storia della sinistra italiana. Non manca un excursus della sua esperienza siciliana, come segretario regionale e consigliere comunale, nella Palermo di Vito Ciancimino. Anni ricchi di lotte, in primis quella nei confronti della mafia, e di esperimenti politici come l’unità autonomista con la parte della Dc che voleva sottrarsi dal giogo malavitoso. Nulla a che fare con le larghe intese isolane e con la recente esperienza del Pd siciliano alla corte di Raffaele Lombardo. In fin dei conti il partito democratico ha reciso le sue radici. O meglio, ha ereditato il peggio del Pci e il peggio della Dc. “Il peggio del Pci – spiega Occhetto- cioè una visione ancora salvifica, e a volte ottusa, del partito e della sua funzione centrale, e il peggio della Dc cioè una visione correntizia, clientelare volta al governo per il governo”.

Segretario, qual è il suo ricordo più bello legato alla città di Catania?

Ricordo con piacere i comizi in Piazza Università, un posto meraviglioso. La piazza era sempre piena, non ne abbiamo più viste di piazze così. In realtà ho un bel ricordo di tutta la Sicilia e dell’esperienza di segretario regionale. Un momento di fondamentale importanza nella formazione di un uomo politico perché se non si conosce la Sicilia non si capisce l’Italia. Catania e Palermo sono state una scuola politica di fondamentale importanza.

A proposito di Catania. Nel 1988 lei era segretario del Pci e Bianco sindaco di Catania, nel 1993 lei guidava il Pds e Bianco era primo cittadino di Catania. Oggi il Pci e il Pds non esistono più e Bianco è stato eletto per la quarta volta sindaco. I leader sopravvivono alle strutture di partito, come se lo spiega?

Non so. Bianco è andato via, poi è tornato. Ha avuto diverse esperienze, ciascuno di noi ha la propria storia quindi non c’è una spiegazione scientifica su eventi del tutto straordinari come la continuità di Bianco nella politica italiana.

Però la dissoluzione dei grandi partiti di massa coincide con la personalizzazione della politica. Penso al tanto invocato partito liquido: una leadership forte a dispetto di una struttura sempre meno radicata. Quando ha inizio questo processo?

E’ una vecchia storia che comincia con la svolta nell’89 alla Bolognina quando io proponevo la necessità di fare una uscita da sinistra dalla crisi del comunismo. Invece c’era un’altra parte del partito, che mi ha appoggiato, che riteneva la svolta non un nuovo inizio, ma una dura necessità per entrare poi, di fatto, nel salotto buono e scegliere la strada del governo per il governo. Quindi questo piano inclinato verso il moderatismo e l’abbandono di alcuni ideali fondamentali della sinistra direi che è cominciato con gli ex comunisti che hanno diretto allora i Ds. Il risultato di oggi è figlio di questo sviluppo negativo.

Negli anni 70 fu segretario regionale del Pci in Sicilia. La sua guida si distinse per una forte opposizione nei confronti della mafia e della politica clientelare. Qualche tempo fa il Pd era alleato di Lombardo, poi condannato in concorso esterno in associazione mafiosa. Come se lo spiega? Come si passa da quelle lotte a queste scelte?

Per certi versi per me è molto misterioso, ma era già una tendenza interna ad una interpretazione sbagliata dello stesso compromesso storico di Berlinguer, che era tutt’altra cosa, che degenerò nella politica delle grandi ed estese alleanze con la Dc, ovunque, a prescindere dai contenuti. Questa impostazione, che confondeva il compromesso storico volto a creare un’alleanza transitoria per dare vita all’alternativa e all’ alternanza, diventa invece compromissione permanente con una parte o con tutta la Dc. Sono due vicende totalmente diverse. In Sicilia io fui fautore dell’unità autonomista, fatta con una parte della Dc che voleva riscattarsi dal legame con la mafia. Infatti, purtroppo, alcuni dei nostri migliori interlocutori di allora, come Mattarella, pagarono con la vita questo tipo di alleanza. Non mi sembra che nessuno qui paghi con la vita e che gli ideali abbiano la nobiltà che guidarono quella parte della Dc ad entrare con noi nel grande processo di unità autonomista.

Lei si sta riferendo ad esempi virtuosi della politica della Dc e del Pci. Eppure in varie occasioni si è ritrovato a dire che il Pd ha messo insieme il peggio della Dc e del Pci. A cosa allude?

Qualcuno mi chiede se il Pd è figlio della svolta. Io rispondo sì e no. Nel senso che lo è in parte. Quando è caduto il muro di Berlino io dicevo che quei partigiani comunisti, cattolici e socialisti, che da giovane, a casa mia, ho visto stare insieme, e che poi furono divisi da un muro (non solo di pietra ma ideologico) potevano finalmente unirsi e costruire qualcosa di nuovo. Però no, il Pd non è figlio di questa idea perché invece di mettere in campo una contaminazione alta tra i diversi riformismi di cui è ricca la società italiana si è fatta una fusione a freddo tra apparati. In un certo senso si è unito il peggio del Pci e il peggio della Dc. Il peggio del Pci, cioè una visione ancora salvifica, e a volte ottusa, del partito e della sua funzione centrale, e il peggio della Dc, cioè una visione correntizia, clientelare volta al governo per il governo.

Pochi mesi fa il congresso provinciale del Pd etneo è stato sospeso in seguito ad episodi di tesseramenti selvaggi, avvenuti in blocco e all’ultimo momento, consentiti dallo statuto che non poneva alcun limite in tal senso. Un controllo più severo da parte della struttura centrale non avrebbe evitato uno scenario simile? In questo caso il “peggio del Pci” non si sarebbe rivelato utile?

Semmai si dovrebbe recuperare il meglio del Pci: condurre la battaglia politica sulla base delle idee e della moralità.

La partecipazione non controllata dei votanti non è un rischio del partito aperto?


Sì, perché si è avuta una visione del passaggio a un partito aperto (che è una cosa positiva), che ha la sua dialettica interna attraverso anche delle componenti che si combattono sulla base di piattaforme politiche e ideali, a delle consorterie di potere con i loro capi bastone che, come poi si è visto, hanno fatto gli inciuci con Berlusconi e sono arrivati fino alla carica dei 101 contro Prodi.

E oggi le larghe intese, che, per inciso, si paventano pure in Sicilia. Si tratta di gioiose macchine da guerra o di carrozzoni?

Le larghe intese sono grandi carrozzoni, alleanze innaturali e anomale. In politica le intese e i compromessi si fanno, ma bisogna distinguere tra le alleanze, anche tra diversi, e le compromissioni. In politica non esiste l’alleanza con il contrario. Può esserci un’alleanza tra diversi, ma che combattono lo stesso avversario. Da questo punto di vista le larghe intese sono un errore che ha bloccato la politica italiana con due governi, Monti e Letta, che non ci hanno fatto uscire dalla crisi. L’errore fondamentale è stato commesso nel 2011 quando il presidente della Repubblica, invece di sciogliere le camere e farci andare a votare (allora il centrosinistra avrebbe vinto a man bassa contro Berlusconi) ha aperto la stagione di queste grandi, medie, intermedie, piccoline, pasticciate intese.

Ma Napolitano non fu un suo alleato ai tempi della Bolognina?

A dire la verità Napolitano digerì a mala pena la svolta perché voleva guardare all’unità socialista proposta da Craxi. A dire il vero non mi ha molto aiutato.

Quali altri illustri ex compagni le furono d’ostacolo?

Sulla svolta c’erano quelli che erano contrari, che io apprezzo perché si presentarono con dei documenti e votarono, ma furono sconfitti perché vincemmo con una grande maggioranza. Quelli che hanno bagnato le ali della svolta sono quelli che mi hanno appoggiato e poi l’hanno ridotta a poca cosa. Sono quelli che non erano dell’idea che era un nuovo inizio per costruire una nuova sinistra, ma una dura necessità, come ebbe a dire allora Massimo D’Alema, che poi li portò a fare dei duri compromessi con l’avversario e a pasticciare tutta la situazione politica.

Perché ha deciso di scrivere un libro che ripercorre quegli anni?

Il libro è una testimonianza storica non un’autobiografia. Io uso, però, molti pezzi della mia storia personale come dei mattoni per far capire la formazione di un comunista originale che proprio per questo arriva alla svolta. L’ho scritto anche per un'altra ragione. Dopo tanti anni di silenzio mi sono accorto che io non ero più l’uomo della svolta e della Bolognina, ma l’uomo della sconfitta del 1994 e della gioiosa macchina da guerra. Allora ho detto: “Sapete cosa faccio? Vi sbatto la gioiosa macchina da guerra in faccia”. Così ho scritto il libro intitolandolo proprio “La gioiosa macchina da guerra” (termine che non indica una denuncia guerriera ma un ossimoro scherzoso) nel quale rispondo, punto per punto, a tutte le critiche avanzate. Però, dal punto di vista storiografico, mi interessa anche fare capire che il berlusconismo non nasce nel 94. Allora eravamo ancora forti, anzi è stato il momento in cui la sinistra (quella vera) ha avuto il maggior numero di voti, tant’è che Berlusconi dopo pochi mesi entra in crisi e si apre la fase di Prodi. Non è vero che Berlusconi parte dal 94. Prodi non è stato sconfitto da Berlusconi, ma è caduto per un complotto interno tra Bertinotti, D’Alema e Cossiga. Da lì comincia il potere di Berlusconi nei confronti del quale il centrosinistra, in molte occasioni, ha praticato più volte la respirazione bocca a bocca per risollevarlo quando si trovava in difficoltà. Sul piano culturale il berlusconismo inizia perfino prima del 1994.

Si riferisce a Bettino Craxi?

Sì, inizia con Craxi, la Milano da bere e un certo corrompimento del costume politico in Italia.

Eppure oggi nel pantheon del Pd c’è Craxi.

Sì, loro a volte lo mettono più di Berlinguer. Lo considero scandaloso.

Togliatti diceva “veniamo da molto lontano, andiamo molto lontano”. La classe dirigente del Pd ricorda da dove viene? Sa dove è diretta?

Forse sanno da dove vengono, ma se ne infischiano. La politica oggi si consuma come contemporaneità, giorno per giorno, senza nessuna coerenza. Oggi leggo su Repubblica che Renzi per primo porta la sinistra italiana nel partito del socialismo europeo. Non c’è stato un solo membro del Pd che abbia protestato. C’è poco da interpretare; è un fatto. Non solo la sinistra era già entrata nel Pse con il Pds, ma io sono uno dei fondatori del partito. Che uno dei più autorevoli giornali d’Italia possa scrivere impunemente una stupidaggine del genere senza una risposta mi sembra un fatto grave. Sul Pse, partito che ho fondato, qualche critica andrebbe fatta. Il Pse è stato subalterno in questi anni di neoliberismo e austerità. Anche per questo guardo con interesse alle critiche di Tsipras che vogliono un’altra Europa. Spero che questa operazione vada a buon fine, anche se temo che la campagna elettorale sarà molto centrata sui fatti italiani e sullo scontro che si sta preparando ad arte tra Grillo e Renzi. Credo che una formazione, quella di Tsipras, che cerca di ragionare sui problemi veri e autentici della sinistra europea si troverà in una posizione difficile.
Ultima modifica: 09 Marzo ore 16:04
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