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Delitto e movente
secondo La Sicilia


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CATANIA – Dopo la vile uccisione mafiosa di Pippo Fava, La Sicilia di Mario Ciancio ha messo in campo Tony Zermo e Rodolfo Laudani per ricostruire ogni aspetto della vita del giornalista catanese, ma soprattutto per spiegare ai catanesi, e non solo, le cause del delitto. Una settimana densa di interviste e testimonianze, di editoriali e approfondimenti, di foto e comunicati ufficiali. Ma anche di vere e proprie sciabolate, che a 30anni di distanza abbiamo toccato con mano consultando l'archivio storico del principale quotidiano catanese. Un faldone impolverato che racconta ogni istante di quei giorni maledetti, custodendo gelosamente quello che è stato detto -e in alcuni casi sussurrato- ai catanesi.

6 GENNAIO 1984. Il giorno dopo l'omicidio, La Sicilia apre sull'assassinio raccontando ogni particolare del ritrovamento del corpo, crivellato di colpi, di Pippo Fava. “Lo hanno ucciso da mafiosi -scrive Tony Zermo- perché lui era uno scrittore di mafia, era un uomo libero e battagliero”.

Il giornalista ritiene opportuno, a 12 ore dal delitto, riportare, quello che sostiene essere il suo ricordo di Fava “quando alla mostra di Venezia dividevamo la stessa stanza con una grande vetrata che dava sullo spiaggione del lido”. “E lì -aggiunge Zermo- davanti a un mare senza orizzonte, guardavamo le ragazze al bagno...”.

 

Attraverso l'arma utilizzata, La Sicilia mette in dubbio il movente mafioso dell'omicidio Fava



7 GENNAIO 1984. Nel giorno dei funerali arriva la sciabolata ai famigliari e agli amici di Pippo Fava. L'occhiello che sovrasta il titolone di prima pagina attira l'attenzione: “Ricostruita la dinamica del feroce assassinio”. All'interno dell'articolo si parla di indagini sulla “vita privata” di Pippo Fava e si punta già nel sommario sotto il titolo, sull'arma utilizzata: “Una pistola calibro 7,65 -si legge- con silenziatore, che ferisce mortalmente solo da breve distanza. Un'arma insolita nei delitti su commissione”.

Come mai questa precisazione in grande evidenza in prima pagina?

Nel corpo del pezzo principale si parte dalla pista mafiosa, ma si si arriva ad un passaggio in cui viene precisato che “le piste battute sono molteplici, ma resta prevalente, al riguardo, l'ipotesi che il delitto sia di stampo mafioso”. L'ipotesi “prevalente” dello “stampo mafioso” dell'omicidio viene accantonata a metà articolo, sulla base di elementi addirittura “balistici” sciorinati dal gionalista Rodolfo Laudani col piglio del tiratore di precisione.

L'illazione



“Gli investigatori -sostiene l'articolista de La Sicilia- sono perplessi per quanto riguarda l'arma usata per consumare il delitto. E' stato accertato infatti che si tratta di una calibro 7,65, non del tipo parabellum come in un primo tempo si era creduto. E per i delitti commissionati dalla mafia, quasi sempre, vengono usate armi di potenza superiore: dal kalashnikov alla 38. Quest'ultima arma, anzi, è spesso la preferita perché i suoi proiettili possiedono una potente forza d'urto che sbilancia l'aggredito e rende, pertanto, più sicuro l'aggressore. Nel delitto Fava, invece, è stata usata una comune pistola calibro 7,65. Perché?”. Il giornalista trova la risposta alla domanda che ha posto. “All'interrogativo -scrive- tentano di dare una risposta gli inquirenti che, come detto, stanno battendo piste diverse, non escluse quelle relative ad eventuali questioni di natura privata”. Ogni commento sarebbe superfluo.

ZERMO: “NON E' STATO UN DELITTO DI MAFIA”.
Lo stesso giorno, nella stessa prima pagina di giornale, Tony Zermo lancia, come fosse una lotteria, le sue ipotesi sull'uccisione di Fava.

Punto primo: “Probabilmente Pippo Fava non è stato ucciso per quello che ha detto nel dibattito televisivo dell'altro giovedì coordinato da Enzo Biagi. E' vero che ha avuto espressioni durissime contro la mafia, ha fatto un'analisi acuta e affascinante, è anche vero che è difficile organizzare un delitto nello spazio di una settimana”.

Punto secondo, escludendo i motivi personali, Zermo sostiene che sarebbe stato inutile cercare il mandante del delitto negli articoli de I Siciliani “perché lui non aveva scoperto nulla di particolarmente importante. Ha fatto i nomi che facevano tutti...”. Ecco la soluzione del delitto: “Catania, il suo gruppo di potere economico, i suoi equilibri, erano stati destabilizzati pesantemente dal delitto Dalla Chiesa e dalla pista catanese che gli inquirenti avevano imboccato. A quindici mesi di distanza questi equilibri si erano faticosamente ristabiliti”. Per Zermo, la matrice del delitto non deve essere cercata negli ambienti catanesi, anzi, l'omicidio sarebbe stato organizzato per turbare la tranquillità catanese. “Come non pensare -scrive- che possa essere stato un colpo sferrato da chi ha interesse a distruggere gli equilibri catanesi?”. Una vera e propria “strategia del terrore”. “In questo senso -conclude Zermo- la sua uccisione non è stata un delitto di mafia, ma un delitto ordinato alla mafia da un gruppo di potere economico che si appoggia alla mafia e ne guida le mosse, dando in cambio denaro e protezione”. Quindi il gruppo di potere economico catanese sarebbe addirittura “vittima” di questo omicidio, ordinato quindi dai concorrenti palermitani. E da chi era rappresentato questo gruppo di potere? Dagli imprenditori che Zermo -a differenza di Fava- non citerà mai nei giorni successivi all'uccisione del giornalista. Dopo l'uccisione di Fava, quelli che lui chiamava “Cavalieri dell'apocalisse mafiosa”, Francesco Finocchiaro, Carmelo Costanzo, Mario Rendo e Gaetano Graci, diventano “vittime”.

Teoria ripresa dallo storico Giuseppe Giarrizzo, preside della facoltà di Lettere, “amico”, sottolinea La Sicilia, di Pippo Fava, che sostiene, l'8 gennaio 1984: “I vertici del triangolo catanese politico, giudiziario, in crisi dopo l'uccisione di Dalla Chiesa, erano fermi in attesa di tempi migliori. Poi quando questa città sembrava potesse rimettersi in movimento, ecco l'uccisione di un giornalista, che bloccherà nuovamente tutto”.

Per conoscere una versione diversa dei fatti, bisogna leggere Repubblica, grazie alla penna di Attilio Bolzoni: “C'è chi tenta ancora di respingere -scrive il giornalista dopo l'omicidio- la soffocante presenza mafiosa in città e dice: “E se i killer fossero venuti da Palermo?”.

“LA MAFIA NON ESISTE”
Nella terra dei Santapaola, Giarrizzo sostiene: “Come studioso manco di precedenti, nella mia città, sul fenomeno mafioso. Esiste nella definizione comune del termine -chiede Giarrizzo- o non è piuttosto gangsterismo? Sono quasi certo -conclude- che non esistano a Catania legami fra politica e mafia così stretti come a Palermo”.

La domanda di Tony Zermo a De Francesco



Il 13 gennaio, nel racconto del vertice antimafia di Catania presiduto dall'Alto Commissario Antimafia De Francesco, ad un certo punto si legge: “Le facciamo una domanda forse banale, ma ricorrente: la mafia c'è a Catania?”. Firmato Tony Zermo.

UN TITOLO DA DIMENTICARE. Dopo aver sostenuto che “Non si tratta di un delitto di mafia” e che gli investigatori stanno scavando sulla sua “vita privata”, in secondo pagina, accanto alla foto di Fava, campeggia un titolone: “Non indagava sulla mafia, ma solo la raccontava”.

Il titolo di seconda pagina de La Sicilia



 

 


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