Live Sicilia

la decisione del tribunale

Confisca da 50 milioni a Di Cavolo
L'imprenditore: “Sono una vittima"

Giovedì 07 Novembre 2013 - 06:00
Articolo letto 6.707 volte

SEGUI

Confisca record della Dia al re degli appalti pubblici di origini paternesi: appartamenti, terreni, conti correnti e aziende. La replica dell'imprenditore: “Sono vittima di un errore giudiziario”. La notizia è stata diffusa oggi dalle agenzia di stampa, LiveSiciliaCatania ne aveva già parlato in anteprima una settimana fa.

Condividi questo articolo

confisca catania, daniele di cavolo, estorsione, mafia, paternò daniele di cavolo, santapoala, Cronaca
CATANIA – Il Tribunale ha disposto la confisca di beni mobili e immobili ritenuti riconducibili all'imprenditore paternese Daniele Di Cavolo, assolto dall'accusa di concorso in associazione mafiosa, condannato in primo grado, nel processo Obelisco, per associazione per delinquere semplice. Aziende, appartamenti, magazzini, conti correnti e un lungo elenco di terreni del valore complessivo di circa 50 milioni di euro sono adesso sotto il controllo dell'autorità giudiziaria. E' questo l'ultimo record della Procura guidata da Giovanni Salvi. Nella confisca sono finite anche quote societarie di imprese con sede a Roma e Catania che operano nel settore dei grandi appalti pubblici e dell'impiantistica del gas. Di Cavolo si è sempre professato innocente ed ha sottolineato di aver denunciato, negli anni, numerosi estortori poi condannati in sede penale.

PERICOLOSITA' SOCIALE. Secondo il tribunale, l'assoluzione di Di Cavolo dall'accusa di aver favorito la mafia e la condanna per associazione a delinquere “non possono in alcun modo– si legge nel provvedimento di cui LivesiciliaCatania è in possesso- escludere la pericolosità sociale del proposto, né rappresentare un ostacolo all'accoglimento delle richieste di applicazione della misura di prevenzione personale e di quella patrimoniale. L'imprenditore paternese -recita ancora il dispositivo- è stato condannato per associazione a delinquere finalizzata alle turbative d'asta e alle truffe, reati fine dichiarati per contro prescritti. Questo precedente, di per sé, per la continuità e la ripetitività delle condotte accertate, poco importa se poi non è pervenuti alla condanna per intervenuta prescrizione, siccome finalizzate al fenomeno associativo, sarebbe tale da integrare la pericolosità sociale del Di Cavolo”.


VITTIMA O CARNEFICE? Il Tribunale contesta la ricostruzione della difesa secondo cui Di Cavolo sarebbe stato vittima delle estorsioni imposte dal clan Santapaola, fatto confermato da procedimenti giudiziari conclusi con la condanna degli imputati e il riconoscimento del danno subito dall'imprenditore costituitosi parte civile. Il Collegio ritiene, sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che “il semplice pagamento di una somma di denaro non sia da solo sufficiente a fare assumere all'imprenditore la veste di vittima dell'estorsione, atteso che, in realtà, i sodalizi mafiosi sono soliti imporlo a tutti coloro che operano nei territori di rispettivo controllo”. “E' infatti indibitabile -si legge ancora nel provvedimento- che il Di Cavolo, pur costretto a cedere alle pressioni del gruppo mafioso Ercolano Santapaola, cui ha verosimilmente corrisposto somme a titolo di estorsione, ha certamente agito nella consapevolezza di trarre vantaggio da tale vicinanza, come confermato in numerose circostanze”. A questo proposito, il Tribunale cita la richiesta rivolta a Santo Filippo Pappalardo di risolvere un problema che il figlio di Di Cavolo aveva avuto a Picanello e “l'aggiudicazione di appalti per decine di milioni di euro”. Secondo l'accusa, “le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia escussi nel corso del procedimento abbreviato Obelisco costituiscono lo spunto indiziario per affermare, sul piano logico, una sostanziale incompatibilità tra la figura dell'imprenditore vittima, che la difesa ha tentato sistematicamente di cucire addosso al proposto e l'atteggiamento riferito al Di Cavolo”.

LA REPLICA. Daniele Di Cavolo, difeso dall'avvocato Rosario Pennisi, ritiene che l'ordinanza del Tribunale contenga un errore: “Io -spiega a LivesiciliaCatania- sono stato assolto dall'accusa di concorso esterno per non aver commesso il fatto; il Tribunale sostiene che sono stato assolto per insufficienza di prove. Nell'ordinanza che mi ha inflitto la misura di prevenzione -aggiunge- vengo colpevolizzato per essere stato aggiudicatario di lavori pubblici con un'impresa che, però, non è stata oggetto di confisca senza che mai fosse stato contestato alcunché in ordine a detti lavori”. L'imprenditore paternese non accetta di essere considerato vicino ad ambienti malavitosi. “Nell'ordinanza -sostiene- si dice contraddittoriamente che sarei stato estorto e colluso allo stesso tempo nonostante nelle sentenze prodotte e passate in cosa giudicata, perché nemmeno impugnate dalla Procura- si escluda categoricamente ogni mia collusione con la criminalità organizzata e mi si considera parte offesa di numerose estorsioni”. Conclude l'imprenditore: “Con grande amarezza e con la consapevolezza di non meritare una misura devastante come quella inflittami continuerò a lottare per evitare che i sacrifici di una vita possano essere vanificati. Continuo ad avere fiducia nell'operato di algri giudici che sapranno correggere il macroscopico errore in cui è incorso il Tribunale”.
Ultima modifica: 14 Novembre 2013 ore 11:12
/web/virtualhosts/catania.livesicilia.it/www/upload/assets/xml/1324,3,sotto-articolo.php

Segnala il commento