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Operazione 'Rischiatutto'

Gli affari del duo La Ventura - Padovani:
"Stiamo facendo una media di 43 mila euro al giorno"


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CATANIA - Il sistema che emerge dall’operazione “Rischiatutto” è quello di un vero e proprio monopolio illecito parallelo alla rete legale gestita dallo Stato. A tessere le fila di un impero di centinaia di milioni di euro c'è tutto il gotha delle mafie italiane: Cosa Nostra, 'Ndrangheta  e Camorra.  Nicola Schiavone, figlio di “Sandokan” del clan dei Casalesi, la ‘Ndrangheta con i suoi intermediari, la cosca Santapaola e decine tra faccendieri, colletti bianchi e prestanome. Nomi in molti casi noti, come quello dell’imprenditore catanese Antonio Padovani, ritenuto uno dei nomi forti nel riciclaggio di capitali illeciti.

Indicato dagli inquirenti come uomo vicino alla famiglia dei Santapaola, tanto da essere stato condannato in primo grado per associazione mafiosa, Padovani sarebbe legato a doppio filo con un altro colletto bianco, con interessi nel mondo di slot machine e centri scommessa, Vincenzo La Ventura. Originario di Napoli, ma da diversi anni residente in Emilia Romagna, nel suo curriculum si nota un passato da impiegato USL e da rappresentante della ASCOB (Associazione concessionaria Bingo). Nel 2008 alla vigilia delle elezioni politiche e del rinnovo delle cariche dell’associazione concessionari Bingo, La Ventura (al centro della maxi inchiesta) chiedeva “una regolazione chiara e trasparente e sempre più attenta alle esigenze di tutela dei consumatori di prodotti di gioco e degli equilibri economici degli operatori del settore”.

Le relazioni milionarie si sarebbero snodate attraverso la fornitura delle macchinette da piazzare nei centri scommessa gestiti dai Casalesi e dai più stretti fiduciari, in un mercato particolare fiorente per la criminalità organizzata, quello dell’Emilia Romagna. Transizioni di denaro, fidejussioni ma anche la partecipazione in forma occulta nell’acquisito di quote in diverse sale Bingo. Sarebbero questi gli elementi centrali di una collaborazione, quella tra i due arrestati, che gli inquirenti definiscono “assidua, cordiale e soprattutto feconda. Una vita, fatta di lusso e casinò in giro per l’Italia e l’Europa, prostitute, costose autovetture e regali".

La gestione delle sale da gioco in Emilia Romagna. Gli affari del “re delle slot machine” non conoscevano confini. Secondo l’ordinanza, di cui è in possesso LiveSiciliaCatania, Padovani attraverso una delle sue società, la G.A.R.I. srl (con sede a Modena e Catania) si sarebbe occupata in maniera specifica dell’installazione di numerose slot alterate per eludere il circuito interno ai Monopoli di Stato. Gioco d’azzardo a tutti gli effetti sucui avrebbe avuto, come si legge nel dispositivo, un ruolo anche il figlio di Padovani, Luigi, gestore di fatto della società distributrice degli apparecchi illecitamente modificati.

Padovani è inoltre ritenuto dagli inquirenti uno dei finanziatori di Antonio Noviello detto “Appicciastocchia”, affiliato dei Casalesi, operante nel territorio di Modena e  facente parte del gruppo di Francesco Schiavone. L’imprenditore catanese avrebbe versato in diversi periodi somme di denaro destinate all’apertura e all'arredamento di alcune sale scommesse. Un rapporto, quello di Noviello, allargato anche ad uno dei suoi soci, Nicola “Rocco” Femia, boss della ‘Ndrangheta da cui partirono le minacce di morte al giornalista Giovanni Tizian.

L’imprenditore, già sottoposto nel 2011 a una pesante misura di sequestro di beni per il valore di  40 milioni di euro, avrebbe cercato, secondo gli investigatori, di sottrarre il suo “paradiso” societario tramite una fitta rete di prestanome. Intestatari formali della “Figli delle Stelle 3 srl”, “Il Galletto Fortunato srl”, “Connect Bingo srl”, “Bingo di Vetralla srl”, tutte società riconducibili proprio a Padovani, proprietario di fatto delle quote con il fine occulto di sottrarle alla confisca.

Un giro d’affari da “capo giro”. Tra le tante telefonate captate dalla Dda di Napoli nel 2009 emerge un volume d’affari vertiginoso. In una delle intercettazioni Padovani si lamenta al telefono con La Ventura: un mancato bonifico dalla sala di Anagni potrebbe far saltare tutto. “Sono preoccupato" - afferma Padovani. “Dobbiamo mettere – lo invita La Ventura – le macchine nuove là .. a Frosinone .. stanno andando forte, stiamo facendo una media di 42/43 mila euro al giorno”. Gli affari però non si fermavano. “Ho ordinato 30 macchine a Mistretta perché devo fare delle sale qui” - rivelava Padovani al suo socio d’affari.

La rete del duo Padovani-La Ventura si sarebbe allargata, da quanto emerso dalle indagini, anche alla figura di Michele Surace. L’uomo, ritenuto appartenente alla ‘ndrina dei Ficara, sarebbe in affari con altri affiliati della cosca Latella di Reggio Calabria. Il nome del presunto boss emerge al termine di una riunione dell’ASCOB in cui avrebbe ricevuto una delega del valore di 10 mila euro per l’apertura di una sala da gioco. Tra gli interessi c’è anche quello relativo alla vendita di una concessione da utilizzare in un nuovo centro commerciale a Castel Volturno “ti serve? -  afferma Surace nel corso di una telefonata -  Ce l’ho io te la vendo io (..) l’importante è che c’è un posto per le macchinette... quelle vanno”.

 


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