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LA SENTENZA

Omicidio Falcidia, Morici assolto
"Per me è la fine di un incubo"


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Catania, delitto falcidia, morici, trantino
Catania- Vincenzo Morici è stato assolto. La Corte d'appello ha confermato la sentenza di primo grado per il marito di Antonella Falcidia, uccisa nella sua casa, in Via Rosso di San Secondo a Catania, nel 1993. "La sentenza ancora una volta ha confermato la valorizzazione di un quadro accusatorio assolutamente evanescente, basato su personalissime sensazioni degli inquirenti, smentite dai dati di fatto acquisiti - è il commento a caldo del difensore del chirurgo, Enrico Trantino - l'unica amarezza è che si sia sottoposto un galantuomo a una gogna giudiziaria estenuante, nonostante tre sonore bocciature della tesi d'accusa nelle precedenti fasi processuali".

IL PROCESSO.  Era oggi  il giorno della sentenza nel processo d’Appello a carico di Vincenzo Morici, primario di chirurgia dell’ospedale di Taormina, accusato di aver ucciso con 23 coltellate la moglie, la professoressa Antonella Falcidia. La prima sezione della Corte d’Appello, presieduta da Luigi Russo, ha messo la  parola fine su una delle più lunghe vicende giudiziarie italiane. Per l’imputato il Procuratore Generale, Domenico Platania, aveva chiesto 30 anni di reclusione. I legali, Enzo ed Enrico Trantino e Carmelo Galati,  lo scorso 9 giugno avevano chiesto l'assoluzione,  denunciando i ritardi di “una vicenda giudiziaria che mette a dura prova le esistenze dell’imputato e dei suoi familiari”. Col “caso Falcidia”, si sono confrontati criminologi, medici legali e consulenti provenienti da ogni angolo della penisola. Oggi si sono  pronunciati per la quarta volta i giudici. La donna fu assassinata il 4 dicembre del 1993 nella sua abitazione di via Rosso di San Secondo. Il corpo senza vita fu rinvenuto nel salotto ai piedi del divano, la porta di ingresso blindata dell’abitazione è stata trovata chiusa. Dalle indagini uscirono subito il figlio e il marito, ma la Procura della Repubblica di Catania finì per non approdare a nulla. Fu il libro del giallista Carlo Lucarelli a mettere in luce le incongruenze che, nel 2006, portarono alla riapertura del fascicolo. L’anno successivo, in marzo, Morici finì in carcere per 25 giorni in seguito ad un’ordinanza di custodia cautelare emessa dai sostituti procuratori Renato Papa, Salvatore Faro e Andrea Ursino. Il Tribunale del Riesame, però, ne dispose la scarcerazione per mancanza di indizi. Poi arrivò il processo in rito abbreviato, conclusosi con l’assoluzione decisa dal Gup Maria Grazia Caserta. Il ricorso in Appello lo firmarono i Pm di primo grado nel luglio del 2011, ma il caso fu assegnato dalla Procura Generale etnea al Pg, Domenico Platania. Per i Pm ricorrenti Antonella Falcidia è stata uccisa dal marito al culmine di un litigio per motivi di gelosia. La donna, che gli stessi Faro, Ursino e Papa definirono in una memoria “decisa, autoritaria e rigorosa”, non avrebbe tollerato una relazione extraconiugale del marito. Sul caso Biagio Guardabasso, luminare di medicina legale, ha prodotto una consulenza richiesta dalle parti in dibattimento. “La presenza di lesività- scrive nel documento- con lo stesso strumento da punta e taglio, che però non è penetrato in profondità, starebbe a dimostrare una sorta di tortura per estorcere qualche notizia importante o per ottenere qualche confessione oppure qualche concessione”.

L’ACCUSA- Ventitrè coltellate, un taglio praticato orizzontalmente a recidere la carotide, tracce di sangue su un interruttore, e la scritta “E N Z” che sarebbe stata impressa dalla vittima col sangue su una balza inferiore del divano. Sono gli elementi che, durante la discussione, il Pg Domenico Platania è tornato a ricordare a sostegno della colpevolezza di Vincenzo Morici. “La porta d’ingresso- ha ricordato più volte il Pg- era chiusa e priva di segni di effrazione. A chi avrebbe aperto la vittima a quell’ora, se non al consorte?”. Il taglio alla carotide, poi, che le perizie hanno ricordato essere “di precisione chirurgica”, il Pg lo attribuisce all’azione del marito, esperto chirurgo: “Solo lui- ha detto Platania- poteva effettuarlo con la consapevolezza che avrebbe provocato l’immediato decesso della vittima”. L’assassino, oltretutto, non si sarebbe dato subito alla fuga richiudendo alle sue spalle l’uscio dell’abitazione. Le macchie di sangue su un interruttore documenterebbero un passaggio in cucina. Qui l’assassino avrebbe lavato il coltello, prima di accorgersi che la vittima era ancora in vita. A quel punto sarebbe intervenuta la decisione di recidere il punto vitale, atto a cui l’assassino sarebbe pervenuto con fredda determinazione. Ma l’ora della morte della professoressa Falcidia, secondo Platania, sarebbe l’elemento più importante. Antonella Falcidia muore fra le 23 e le 23, 15. L’alibi di Morici reggeva sulla testimonianza, poi ritrattata, di un amico e collega. Si tratta del medico Salvatore Campagna, l’uomo che avrebbe accompagnato il marito della vittima durante una trasferta di lavoro a Nicosia. Lì, al bivio tra Agira e Nissoria, si lasciarono i due: solo che nei due interrogatori del 1993 Campagna dice di aver dato commiato a Morici alle 22, 30, nel 2006 cambia idea e fornisce un nuovo orario. Si tratta delle 22,00- 22,10. Secondo Platania, insomma, l’imputato ebbe tutto il tempo per tornare, compiere il delitto e sbarazzarsi delle prove. Perciò si sarebbe avvalso di testimoni compiacenti. “Tutti, a partire da Campagna- ha detto in dibattimento- sono stati indotti dall’imputato, vent’anni fa, a posticipare di mezz’ora il riferimento agli incontri avuti con lui a Nicosia”.

LA DIFESA- “Manca il movente nelle tesi dell’accusa- ha detto più volte l’avvocato Enrico Trantino- perciò il Pg come i Pm ricorrenti non possono offrire alcuna ricostruzione probatoria credibile”. Per il legali di Vincenzo Morici, “l’intero impianto accusatorio si fonda su elementi suggestivi”. “Ci pare- spiega l’altro componente del Collegio difensivo, Carmelo Galati- che l’indagine sia stata riaperta non per accertare chi avesse ucciso la professoressa Falcidia, ma per rincorrere una propria precostituita convinzione di responsabilità del prof. Morici con il risultato di provocare un condizionamento delle prove acquisite”. Sulle prove, in realtà, i difensori di Morici hanno ingaggiato con la pubblica accusa una vera e propria battaglia: “Perché- chiedono i legali- non sono stati fatti accertamenti più approfonditi sui capelli rinvenuti tra le dita della vittima?”. Quanto a quelle in campo, spiegano: “L’impronta della calzatura Adidas rinvenuta sul luogo del delitto scagiona semmai Morici. I Ris di Messina hanno accertato una calzatura di 43 e mezzo, mentre Morici porta il 41”.

 

 


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